RET Italy
ALBERT ELLIS INSTITUTE (Italy)
INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE BEHAVIOUR THERAPY (Italy)
INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE THERAPY (Italy)

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Albert Ellis Institute - New York

 

La RET e l'Italia  

"When a true genius appears in the world,
you may know him by this sign,
that all the dunces are in confederacy against him
"
J. Swift

Nella prima metà degli anni ’70, quando approdai all’Istituto di Psichiatria dell’Università di Roma, ero praticamente un nuovo venuto in questo paese (sebbene mi fossi laureato a Pisa nel 1953) e completamente sconosciuto nell’ambiente. Provenivo infatti da radici in parte straniere e da una formazione di tipo cosiddetto anglo-sassone, ovvero britannico-americana, che si era accompagnata e in buona parte sovrapposta a quella latino-italiano-europeo-continentale. Anche a causa di ciò, avevo attraversato esperienze e vicissitudini piuttosto diverse da quelle degli altri colleghi che frequentavano l’Istituto. Ero infine più anziano di tutti loro e appartenevo a una scuola di psicoterapia, la RET, quasi completamente ignota anche ai colleghi più preparati e relativamente aggiornati.
Adattarmi al nuovo ambiente non mi riuscì tuttavia molto difficile. Più problematico fu invece cominciare a far conoscere la RET in un paese dove l’oscurantismo clericale e la repressione fascista avevano impedito persino la conoscenza della vecchia psicoanalisi che attualmente godeva quindi una tardiva ancorché superficiale popolarità, e dove la scoperta più avanzata sembrava il behaviourismo o comportamentismo di prima maniera. Un paese insomma dove il cognitivismo cominciava appena a interessare pochi o pochissimi tra i più intelligenti e vivaci operatori dell’igiene mentale. Parlare di questa psicoterapia umanistica ma essenzialmente laica, che si chiamava terapia razionale-emotiva ed era d’impostazione cognitivo-emotivo-comportamentale, una delle primissime di tipo olistico e multimodale, trovava spesso, non tanto scetticismo e critiche, ma piuttosto indifferenza e sordità.
Come ho già detto e scritto altre volte, è vero che ogni progresso e novità, specie se di grande successo, trova sempre resistenze e critiche - talvolta serie e fondate. Ed è forse un bene che succeda così. Gli entusiasmi acritici sono spesso molto effimeri. Qualcuno ha affermato "quando tutti mi dànno ragione, comincio a sospettare di aver torto". Ma le idee originali, innovative e in certo senso rivoluzionarie trovano anche detrattori più o meno in buona fede e più o meno interessati. La prevenzione, il pregiudizio, la diffidenza, l’accusa e la condanna gratuite verso il nuovo sono atteggiamenti riscontrabili da sempre in tutti i campi dell’attività umana. Albert Ellis e la sua RET (ora REBT) non sono sfuggiti alla regola, sia negli Stati Uniti che negli altri numerosi paesi del mondo in cui l’Istituto di New York ha fondato i suoi Istituti nazionali e addestrato centinaia di suoi psicoterapeuti. Né poteva mancare in questo paese dove l’avevo portata e dove, nonostante ogni difficoltà, intendevo diffonderla per contribuire all’affermazione della prospettiva cognitivo-comportamentale anche nella psicoterapia italiana.
Ebbi tuttavia la fortuna d’incontrare due colleghi, Giovanni Liotti e Vittorio Guidano, che poi divennero meritatamente due leader del cognitivismo italiano. Possedevano entrambi una solida cultura psichiatrica ed un’impostazione behaviouristica che avevano raffinato a Londra con il professor Mayer. Erano però intellettualmente aperti e scientificamente curiosi di fronte alle prime prospettive del cognitivismo e della psicoterapia cognitivo-comportamentale. Con loro fu possibile un dialogo che poi si trasformò in amicizia. Quella con Gianni dura tuttora e si è anzi rafforzata nel tempo. Quella con Vittorio, malgrado dissensi e divergenze molto probabilmente sanabili, è stata invece purtroppo troncata dalla sua prematura scomparsa.
Ci furono altri colleghi interessati alla RET. Pochi, ma buoni. Altri si arroccarono invece sulle loro vecchie posizioni dottrinali e di prassi psicoterapeutica. E infine alcuni, per qualche loro resistenza o interesse, si schierarono contro la novità, talvolta senza neanche preoccuparsi di conoscerla bene.

La RET in Italia sono io
Sì, lo sono stato dagli anni ’70 e ne sono tuttora il massimo rappresentante qui da noi. A scanso però di equivoci e accuse di paranoica immodestia, tengo a precisare che la citazione di Swift nel sottotitolo non riguarda certamente me. Il paragone con il true genius (il "vero genio" di cui parla quella frase) va riferito ad Albert Ellis, creatore e fondatore della RET. Io sono soltanto un suo allievo ed una specie di suo ambasciatore in questo paese, ma non m’illudo di aver conseguito successi e risultati diplomatici clamorosi. Posso però dire di essere stato ed esser tuttora il suo proconsole in questa provincia periferica del mondo occidentale (o, se si preferisce un’immagine navale, il suo fighting captain, il suo comandante di prima linea in questi mari), e di aver sfruttato come potevo le mie capacità organizzative e d’iniziativa.
Cominciai subito infatti ad organizzare training, corsi di formazione, workshop e conferenze sull’argomento in tutta l’Italia. Nel 1981 pubblicai il primo libro in italiano su i fondamenti teorici e clinici di questa psicoterapia. Nello stesso anno fondai a Roma l’Institute for RET (Italy) insieme alla dottoressa Carola Schimmelpfennig, anch’essa allieva di Albert Ellis, venuta appositamente dalla Germania.
E presto i nostri allievi cominciarono a guadagnarsi i vari livelli di professionalità RET (REBT), non solo in ambito clinico ma anche traducendo e producendo testi su vari argomenti, potenziando l’attività organizzativa e didattica, e stabilendo rapporti con altre scuole di psicoterapia - segnatamente con l’Associazione di Psicologia Cognitiva di Roma.
All'inizio del terzo millennio, l'Istituto italiano ha lanciato un nuovissimo impulso per un massiccio revival della RET (ora REBT) in questo paese. Tra l'altro, ha favorito anche la ripresa di contatti e collaborazioni con la Scuola di Psicoterapia Rogeriana di Alberto Zucconi e con la Scuola di Psicoterapia Integrata di Edoardo Giusti, entrambe di ispirazione umanistica come la RET.
Infine, dopo il mio secondo testo del 1999 ("Il Mestiere di Psicoterapeuta") sto per pubblicare un terzo libro ("Linee di Confine") dedicato a quelle condizioni di estrema sofferenza umana che, a differenza di altre psicoterapie, la RET è in grado di affrontare con umanità e competenza.
Durante tutto questo tempo ho scritto numerosi articoli, saggi, monografie e relazioni congressuali. Prima da solo, poi con la dottoressa Schimmelpfennig e successivamente di nuovo da solo, ho condotto alcune decine di training e corsi di formazione, preparando oltre trecento diplomati. Per non far torto a nessuno, non citerò i nomi dei migliori. Dirò tuttavia che alcuni di loro si son guadagnati una buona reputazione professionale, nonché riconoscimenti, titoli e cariche di un certo rilievo. I più volenterosi ed entusiasti son divenuti didatti o docenti, e adesso insegnano la RET in varie città d’Italia.
Anche in Italia, però, sin da principio alcuni operatori dell’igiene mentale hanno tentato di dare un’immagine deformata della RET per poter criticare quell’immagine invece della sua reale sostanza - un vecchio trucco polemico che serve a darsi ragione pur avendo torto. Non voglio elencare le varie occasioni anche congressuali in cui questo atteggiamento si è manifestato e dove si è persino cercato di privare la RET del diritto alla parola. Il vittimismo non mi piace, e comunque questi tentativi non sono bastati ad impedire più che tanto la diffusione e il successo della mia scuola italiana. Accennerò soltanto a qualche interessante episodio di tali vicende.
Mi corre tuttavia l’obbligo di citare innanzitutto il consolante esempio contrario di
un illustre esponente della psicoanalisi italiana e dell’università cattolica di Roma. Ricorderò sempre con gratitudine il professor Leonardo Ancona e la cordiale apertura di quell’imparziale e generoso gentiluomo alla mia proposta di pubblicare una breve presentazione della RET sulla sua rivista Archivio di Psicologia, Neurologia e Psichiatria. Era la primissima volta che riuscivo a pubblicare qualcosa in una prestigiosa rivista scientifica italiana. E la riconoscente memoria di questa sua benevola e liberale accoglienza si tinge purtroppo di malinconia alla notizia della sua recente scomparsa.
Si era nel 1980-81, quando resistenze e ostruzioni nei confronti della RET cominciavano a divenire più evidenti. Non credo affatto che fossero organizzate in una specie di congiura. In altre parole, non sto parlando di un mio piccolo delirio di persecuzione. Ma la citazione di Swift mi torna troppo a proposito per farne a meno - se non altro, come figura retorica ed espediente polemico.

The confederacy of dunces
Ora dunce ha vari significati in inglese. Alcuni molto offensivi (da imbecille in su) ed altri un po' più indulgenti o compassionevoli (da ignorante in giù). Molto probabilmente Swift aveva in mente il dunce-cap, il cappello con le orecchie d’asino che si mette in testa agli studenti somari. E se non fosse stato irlandese ma toscano forse li avrebbe chiamati bischeri. Non voglio rivelare come preferirei chiamarli io, sebbene non sia difficile intuirlo dal contesto. Comunque, dopo aver letto questo capitoletto, ciascuno potrà scegliere l’epiteto che gli sembra più adatto.
Dopo l’esempio riportato sopra a tutto onore del professor Ancona (che mi portò a moderare la mia prevenzione nei confronti degli psicoanalisti e dei cattolici per sviluppare invece considerazione e stima almeno verso alcuni membri di quei mondi così profondamente diversi dal mio), citerò infatti un esempio quasi contemporaneo ma diametralmente opposto al precedente. Si tratta del direttore di una rivista che era una specie d’imitazione di "Psychology Today" e aveva quasi lo stesso titolo. Non farò il nome di questo personaggio. Non ne vale la pena. Dirò soltanto che rifiutò un mio articolo adducendo a serio e ragionevole motivo il fatto che lui, psicologo e direttore di una rivista di psicologia, non aveva mai sentito parlare di Ellis e della RET. Quando gli scrissi nuovamente, consigliandolo di aggiornarsi e fornendogli l’elenco di qualche testo da consultare per sua migliore informazione, ebbe, sì, la bontà di rispondermi ma volle insistere nel suo rifiuto di pubblicare il mio articolo con l’ancor più brillante motivazione che sentir parlare della RET poteva confondere le idee ai suoi lettori. Donde, per la ragion composta della sua ignoranza e della sua edificante missione di salvaguardare l’ignoranza delle sue pecorelle, il rapporto con questo esemplare di scientifica sete di conoscenza e aggiornamento si concluse (per me) con un’utile lezione sulla realtà che avevo davanti.
E di lezioni ne vennero anche altre che non starò ad elencare, ma si può dire sono stati rari i congressi e convegni in cui la RET abbia avuto il posto che le spettava. Con una scusa o con l'altra, con un trucco o con un altro, la RET è stata spesso relegata in posizioni marginali o periferiche - quando pure non le è stato letteralmente impedito di parteciparvi fingendo di non aver ricevuto lettere, raccomandate e telegrammi ed evitando di rispondere ai miei solleciti.
Per ristabilire un certo equilibrio ecologico in questa breve cronaca della RET in Italia, voglio però anche accennare ad alcuni colleghi e personaggi che hanno invece dimostrato un atteggiamento favorevole verso la RET ed amichevole verso di me. Gliene sono profondamente grato, e vorrei citarli uno per uno. Mi limiterò a fare il nome soltanto di pochissimi, scusandomi con numerosi altri che meriterebbero analoga attenzione. Oltre a Gianni Liotti, già menzionato sopra, che mi onora della sua stima, simpatia ed amicizia, vorrei ringraziare anche Ezio Sanavio per l’ospitalità concessami più volte sulla sua rivista Psicoterapia Cognitiva e Comportamentale - un esempio di generosità che mi è caro quasi quanto quello del professor Ancona.
Va infine ricordata anche la solidarietà concreta, pratica ed operativa di Francesco Mancini, Direttore della Scuola di Psicoterapia Cognitiva dell'APC di Roma, il quale mi ha offerto per lungo tempo ampie opportunità di esposizione ed affermazione tanto alla RET (REBT) che a me personalmente. E gli va perdonato il suo recente repentino cambiamento di atteggiamento, probabilmente dovuto alla fatica e allo stress di governare quasi da solo una scuola  che ha man mano assunto dimensioni sempre maggiori, con sedi in tutta Italia ed un turnover di  proporzioni straordinarie.

Non posso tuttavia fare a meno di concludere l’argomento denunciando il più recente episodio che non saprei come definire se d’ottusità o di malanimo. Si tratta di un sedicente manuale italiano di psicoterapia cognitiva che, tanto per cominciare, non è un manuale. È infatti una collezione d’interventi coordinata da un piccolo psicologo milanese che ha messo insieme alcuni rappresentanti del cognitivismo italiano, pescando anche fra i minori e minimi - eccezion fatta per quelli della RET. Come se questa psicoterapia, antesignana del cognitivismo nel mondo e in Italia, e tuttora all’avanguardia di questa nuova prospettiva, letteralmente non esistesse nemmeno.
Dispiace in modo particolare che stimati colleghi ed amici di cui non dubito la perfetta buonafede abbiano inconsapevolmente avallato con i loro saggi e contributi una simile operazione che nella sua concezione e presentazione può esser portata a luminoso esempio di attenzione culturale, di curiosità scientifica e di personale discernimento anche morale da parte del sullodato curatore.

 

Le penne del pavone
Per contro, quasi tutte le scuole e scuolette di psicoterapia cognitiva e cognitivo-comportamentale che sono nate in Italia dagli anni '80 in poi e che continuano a spuntare come piccoli funghi (spesso senza legami con le più importanti scuole presenti negli Stati Uniti e nel resto del mondo civile) hanno approfittato di molte nostre impostazioni, procedure, manovre e tecniche, usandole però quasi sempre maldestramente, spacciandole per invenzioni originali, e senza quasi mai citare la RET - ovvero citandola solo per criticarla.
In quanto ai furti e ai plagi, basti fra tutti l'esempio del nostro ABC, che non è soltanto un rivoluzionario modello teorico ma anche un affilatissimo strumento di diagnosi e d'intervento, e che nelle mani di chi non lo ha capito né studiato bene viene ridotto a una formuletta banale, superficiale e fondamentalmente inutile. Il vizio di farsi belli con le penne della RET è naturalmente diffuso anche fuori d’Italia, dove però la faccenda viene condotta con una certa maggiore dignità se non proprio con eleganza. D'altra parte, Ellis, fedele ai principi della filosofia RET, non se la prende poi troppo e cerca anzi di sussumere anche questi imitatori fra i testi della nostra scuola. Io, per parte mia, mi limito a ripetere che in fondo si ruba soltanto ai ricchi.
Per quanto riguarda le critiche, basti fra tutte la recente infondata accusa secondo cui la RET sarebbe "razionalista" e non "costruttivista" - come invece è, e molto più e da molto molto più tempo di tanti ultimi arrivati. D’altra parte, però, la scelta del termine "razionale" è una delle poche cose che critico fra le numerose geniali intuizioni, invenzioni ed elaborazioni del mio maestro Albert Ellis. Ne dissento soprattutto perché favorisce il perpetuarsi di questo errore. Alcuni critici, infatti, più o meno in buonafede, invece di cercare di capire la realtà e la sostanza del suo corpo dottrinale e della sua prassi, si appigliano a quella parola per poi definire la REBT una psicoterapia "razionalista". Dimostrando, fra l’altro, di non conoscere nemmeno il razionalismo. Comunque, considerata l’inutilità di spiegare a chi non può o non vuole capire che cosa Ellis intenda dire ("È razionale quel modo di funzionare che ci aiuta a scegliere valori, scopi e obiettivi utili al piacere e alla sopravvivenza, e che ci aiuta ad usare mezzi efficaci, flessibili e scientifici per realizzarli."), ho cercato di correggere questa ignoranza ed errata impressione chiamando in italiano la REBT con il nome di Psicoterapia cognitivo-emotivo-comportamentale.  

 

Un po' di autocritica
Dicevo che non mi piace lamentarmi. E devo ammettere che in parte è anche mia la responsabilità delle difficoltà e delle sfortune della RET in Italia. Per quanto ho saputo e potuto, ho cercato di fare del mio meglio non solo per diffondere la RET in questo paese, ma anche per difenderla e per controbattere critiche e accuse. Riconosco tuttavia che la mia strategia e la mia politica avrebbero potuto essere migliori, più intelligenti, impegnate e scientificamente produttive. Mi son lasciato invece influenzare un po' troppo da sentimenti che non sono sempre buoni consiglieri. L’orgoglio delle mie origini e delle culture in cui son cresciuto; e l’orgoglio per la scuola a cui appartengo. Naturalmente sbagliavo. Avrei dovuto esercitare una maggiore umiltà e darmi più da fare. "There is such thing as a man being too proud to fight", avvertiva il presidente Wilson a proposito delle resistenze all'entrata in guerra degli Stati Uniti nel 1915. Ho quindi trascurato occasioni importanti di confronto e di dibattito e qualche volta persino di semplice partecipazione. E di nuovo sbagliavo. Ho infine peggiorato ulteriormente le cose ignorando e disdegnando alcuni rappresentanti dell’ambiente dove operavo. Oggi riconosco che può essere stato un errore non indifferente rendere questo mio atteggiamento troppo palese, talvolta abrasivo e in qualche caso non esente da spirito vendicativo, ma rimango convinto che almeno verso certi personaggi esso era piuttosto giustificato e continua purtroppo ad esserlo.
Per concludere, avrei certamente potuto fare di meglio e di più. Mi dispiace di non esservi riuscito e me ne assumo la responsabilità. D’altra parte, mi consola almeno in certa misura il fatto che dopo oltre venticinque anni di presenza, d’impegno e di lavoro non privi di qualche affermazione e qualche successo, e grazie anche alla simpatia ed amicizia dei colleghi citati prima nonché di quelli che son venuti in seguito, la RET ha stabilizzato alcune sue posizioni nel panorama del cognitivismo italiano. Posso insomma dirmi sommessamente di non aver interamente tradito la fiducia di Albert Ellis, né quella dei miei allievi e dei miei pazienti. E m’illudo di non aver del tutto deluso le persone che mi hanno generosamente testimoniato una stima forse superiore ai miei meriti.
Il giudizio finale sulla validità e deficienze della mia fatica sarà ovviamente dettato dall’eventuale sviluppo e persistenza di ciò che ho cercato di fondare e costruire in questo paese.

CdS                      

 


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