ALBERT ELLIS INSTITUTE (Italy)
INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE BEHAVIOUR THERAPY (Italy)
INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE THERAPY (Italy)

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Albert Ellis Institute - New York
 

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That which we call a rose...
Cesare De Silvestri

      Be', sì, certo. Le parole, i nomi che diamo alle cose possono avere significati diversi. Lo sappiamo tutti. E analogamente le cose, gli oggetti, gli eventi possono assumere nomi diversi.- non solo nelle varie lingue (che sono migliaia in tutto il mondo), e nei vari dialetti, vernacoli e gerghi, ma talvolta anche nel discorso comune.

      Non volevo però parlare di questo. Cioè, volevo parlare soltanto di un caso particolare che riguarda la nostra psicoterapia e uno degli obiettivi, forse il più importante, dei nostri interventi.

Guerra e Pace

      Che cosa c'entra la guerra? A parte il fatto che, come sapete, io c'ero, e che proprio allora ho cominciato ad imparare qualcosa di psicologia, noi usiamo spesso termini come “strategia terapeutica”, “scelta tattica delle tecniche”, e le nostre procedure e metodi richiedono altrettanto spesso un'accurata pianificazione simile a quella che elaborano gli Stati Maggiori degli eserciti.

      Per carità, non sto dicendo che la nostra psicoterapia sarebbe una specie di guerra. Però è vero che cerchiamo di stabilire “un'alleanza” con il paziente e combattiamo insieme a lui contro le sue idee disfunzionali, le sue emozioni inappropriate e i suoi comportamenti inadeguati.

La ristrutturazione cognitiva

     Insomma, le analogie ci sono. Ma, dopo queste premesse generali, vorrei arrivare all'argomento che intendevo presentarvi. Si tratta di un'ulteriore analogia che mi venne in mente tanto tempo fa, quando, dopo aver frequentato psichiatria classica, psicoanalisi, psicoterapia Reichiana, comportamentismo, psicoterapia Rogeriana, e altre scuole assortite, mi avvicinai alla psicoterapia cognitiva - per meglio dire, alla RET e alla prospettiva cognitivo-comportamentale. Fu allora che per la prima volta mi capitò di sentir parlare di ristrutturazione cognitiva, ed ebbi l'impressione di conoscerla già - solo che la chiamavo con un altro nome.

Psychowar o Psywar

     Ed ecco come c'entra di nuovo la guerra. Già, perché quando il conflitto fra le mie due origini (quella toscana e quella scozzese) divenne dilaniante di fronte alla prospettiva di dover combattere ed uccidere da una parte o dall'altra, scelsi la soluzione che, per quanto sofferta, mi parve più ragionevole e meno cruenta. Fu così che mi trovai a collaborare con i servizi d'Intelligence britannici e statunitensi

     Il nome di uno di questi servizi era proprio Psychological Warfare (Guerra Psicologica), e riguardava l'analisi e l'interpretazione delle opinioni e convinzioni correnti; il loro conseguente impatto emotivo e la previsione dei comportamenti; le strategie e tecniche critico-logiche di propaganda, antipropaganda e dissuasione verbale e scritta; gli strumenti e i mezzi da fornire per mettere in pratica il conseguito orientamento diverso delle opinioni e delle convinzioni; nonché i metodi di consolidamento del consenso ottenuto.

     Mi domando se ci sia bisogno di sottolineare la stretta somiglianza con il nostro lavoro d'intervento (che nella RET si chiama appunto di “dissuasione”); cioè, con le nostre strategie e tecniche di discussione e ristrutturazione cognitiva, di gestione delle emozioni e dei comportamenti, e con gli homework e gli esercizi di consolidamento dei nuovi orientamenti che abbiamo aiutato il paziente a riconoscere come più funzionali al suo benessere ed ai suoi scopi.

Il lato oscuro

     L'unica (grossa) differenza sta nel fatto che, secondo il detto à la guerre comme à la guerre, la Psychowar ricorre anche ad altri strumenti di dissuasione - come ad esempio il boicottaggio delle comunicazioni e la disinformatia; sino agli estremi della deprivazione sensoriale e del brainwashing. Ma questo è un altro discorso che forse vi farò un altro giorno.

La prossima volta vi parlerò dell'amore e del sesso delle persone "grandi", grown up.

 


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