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ALBERT ELLIS INSTITUTE (Italy)
INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE BEHAVIOUR THERAPY (Italy) INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE THERAPY (Italy)
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Vorrei
volar... I motivi
possono esser diversi. Perché ho trovato un posto di lavoro all'estero.
Per concludere un affare. Per rivedere una persona cara. Per conoscere il
mondo. Semplicemente per fare una bella vacanza. Eccetera, eccetera. E le
occasioni di prendere un aereo sono tantissime. A parte le affollate linee
di normale traffico nazionale ed internazionale, aeroporti e scali si
moltiplicano continuamente persino nelle più svariate e remote località.
Le offerte di tariffe speciali son sempre più allettanti. Il numero dei
viaggiatori è in crescita esponenziale. Tutti volano. E tutti tornano per
raccontare dove sono stati, che cosa hanno visto, che cosa hanno fatto, e
dove andranno la prossima volta. Tutti. O quasi. ...ma
io ho troppa paura Già,
perché intanto non capisco com'è possibile che quel grosso aeroplano
riesca a stare sospeso in aria. E poi quando decolla sono nella mani del
pilota e non posso farci assolutamente più nulla. E quando mi trovo lassù,
non posso più scappare. E se incontriamo qualche tempesta? Problemi Come si
vede abbastanza chiaramente, si tratta di problemi (primari e
sovraordinati) che conosciamo molto bene e su cui abbiamo metodi,
procedure e tecniche d'intervento particolarmente efficaci e radicali.
Resta da domandarsi se la paura di volare sia un problema molto diffuso e
degno di meritare un'attenzione speciale - al pari di tante altre
costellazioni problematiche che statisticamente forse la meritano un po'
meno. Il
bacino d'utenza Pare che
sia proprio così. Secondo attendibili statistiche americane, britanniche,
francesi, olandesi, svizzere e danesi, sembra che fra i problemi d'ansia
la paura di volare venga subito dopo il più diffuso di tutti - quello di
parlare in pubblico. In ciascuno dei vari paesi che hanno cercato di
diagnosticarlo su larga scala, i risultati parlano chiaro: si tratta di
milioni di persone in ogni paese. E indovinate chi si è preso la briga di
farlo? Cui
prodest Le linee
aeree, naturalmente. Com'era prevedibile e scontato. Se si perdono
potenziali clienti, queste compagnie commerciali ci rimettono. Quindi se
ne preoccupano. Una conferma indiretta ci viene dai paesi e dalle linee
aeree (per esempio, la Gulf Air di Honk Kong, e la Japan Airlines) che
hanno invece la difficoltà opposta - l'eccedenza di domanda e la necessità
di gestire un numero strabocchevole di prenotazioni (*). Ma l'American
Airlines, la United Airlines, la British Airways, la Swissair, l'Air
France, la KLM, e la Quantas cercano piuttosto di attirare nuovi
passeggeri, istituendo workshop, training e corsi teorico-pratici di
preparazione al volo per chi ne ha paura. Uno dei migliori è quello della
Walk Foundation, cui partecipano la KLM, l'Università di Leiden, e
l'aeroporto Schipol di Amsterdam. E noi? Viene da
domandarci che cosa fa in proposito la compagnia di bandiera italiana. Ma
da un punto di vista professionale, sembra strano che nel nostro ambiente
ci si curi poco di un problema che appare ed è particolarmente adatto ai
nostri interventi cognitivo-emotivo-comportamentali. Forse sarebbe il caso
di pensarci meglio. Come pure sarebbe opportuno prendere in maggior
considerazione clinica altri problemi piuttosto diffusi e piuttosto
trascurati. Per esempio, quelli di ostilità. E quelli dell'assistenza ai
malati cronici, ai casi terminali, e ai candidati al suicidio. Ma di
questi parleremo un altro giorno. (*)
Un motivo accessorio del fatto che le linee dell'area pacifico-asiatica
non sembrano interessate come quelle occidentali ai passeggeri che evitano
di prendere l'aereo perché ne hanno paura, dipende dall'assenza o quasi
di richieste a causa di tradizioni culturali locali che considerano
un'onta e un disonore ammettere di aver paura di qualcosa. Altro problema
sovraordinato che conosciamo benissimo |
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