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ALBERT ELLIS INSTITUTE (Italy)
INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE BEHAVIOUR THERAPY (Italy) INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE THERAPY (Italy)
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Domenica è sempre Domenica - Anche troppo La
maggior parte dei miei corrispondenti italiani (in realtà, quasi tutti)
considerano il fine settimana, a cominciare dal sabato se non dal venerdì
sera, come una specie di cessazione d'attività in cui metter fuori il
gatto, chiudere bottega, abbassare la saracinesca e sparire nel nulla. E
questo fatto mi ha suggerito qualche considerazione non precisamente
benevola nei confronti di tale abitudine. Anche
altri paesi, in genere meridionali, cattolici, arretrati, sottosviluppati
e poco civili, dimostrano una simile propensione alla siesta, al dolce far
niente, al sonno e alla paralisi. In Italia, però, mi sembra che
l'andazzo assuma i lineamenti del vizio e del vero e proprio malcostume -
con tutte le deleterie conseguenze controproducenti e autolesionistiche
che vanno poi ad incidere sul livello di produzione e di progresso, sul
pil, sul debito pubblico e in ultima analisi sul costo e sulla qualità
della vita in questo paese. Viene
da domandarsi da che cosa dipenda un tale stato di cose. Le mie poche
cognizioni di antropologia culturale (antropologia sociale, in Gran
Bretagna), la lunga esperienza personale e di lavoro in Italia, il
confronto con l'altro mio paese e con diversi altri paesi dove ho vissuto
più o meno a lungo, mi portano con tutta modestia ad individuare alcuni
fattori, motivi, origini, radici e cause che cerco di illustrare senza la
minima pretesa di risultare esaustivo e convincente. Una
qualche responsabilità è attribuibile, secondo me, al retaggio di una
cultura e una mentalità di tipo ancora arcaico, agricolo-contadino, per
secoli tradizionalmente scandita dal sorgere e tramontare del sole, dal
corso delle stagioni e dei raccolti, dalle campane della parrocchia del
villaggio, dalla forzata abitudine di tapparsi in casa all'imbrunire con
tutta la famiglia per mancanza d'energie ed occasioni di svago - tranne
quella di santificare le ricorrenze comandate. Donde il ricorso alla
sconsiderata procreazione di figli, oppure all'alcool e alle sbornie come
unici sfoghi di una vita priva di altre soddisfazioni. Donde il poltrire
stupidamente durante i giorni di festa come per sfuggire con la completa
inattività alla pena e al travaglio dei giorni di lavoro. Le
tracce di quest'eredità antropologica permangono anche in coloro che
hanno abbandonato i campi, magari da più generazioni, e si sono
trasferiti nei caotici agglomerati urbani. Permangono nella presenza
spesso incombente dei preti e delle parrocchie, delle chiese e delle
cattedrali, delle feste e saghe religiose. Permangono nei valori ancora
potenti dell'unità familiare, regionale, dialettale, paesana e talvolta
quasi tribale. E nell'ostinata alloglossia che da un lato rafforza questa
catafratta chiusura e dall'altro impedisce e strangola il dialogo, il
colloquio, lo scambio con l'esterno. (Basti ricordare che stiamo parlando
di un paese dove l'analfabetismo strutturale e per così dire endemico,
sommato a quello di ritorno, raggiunge punte del 25%, vale a dire una
persona adulta su quattro. Dove il livello medio d'istruzione si arresta
alle scuole elementari o poco più, e la diffusione dei giornali è pari a
quella dei paesi del terzo mondo. Dove per la stragrande maggioranza della
popolazione i libri sono oggetti misteriosi ed intoccabili. E dove la più
pervasiva fonte d'informazione e di "cultura" è rappresentata
da programmi radiofonici e televisivi che sembra poco definire
spregevoli.) Queste
tracce permangono anche nel devoto attaccamento al vecchio conformismo del
villaggio e della provincia, e nella ringhiosa ostilità verso il nuovo,
il diverso, inedito, originale e anticonformista. Permangono nel
considerare il lavoro come una condanna alla fatica e alla costante
delusione, rammarico e rancore per l'insufficienza del raccolto o dello
stipendio. Donde lo stesso riflesso di passiva prostrazione e paralisi di
ogni attività nei giorni di festa per la stessa mancanza o povertà
d'iniziative, occasioni e mezzi. E
permangono nel diffidare degli estranei, a cominciare dal vicino di casa
per finire all'intera comunità dove pure ci si è trapiantati ma senza
mai veramente fondersi con essa. Diffidenza che si istituzionalizza in
quella verso gli enti locali e nazionali, verso i loro rappresentanti e
agenti. Sino a comprendere tutto lo Stato, visto come occhiuta spia
persecutoria, come arrogante poliziotto, sbirro o secondino, e come
vessatorio rapinatore fiscale non solo del superfluo ma dello stesso
necessario. Qui
il discorso si allargherebbe a dismisura e diverrebbe troppo ambizioso.
Voglio soltanto ricordare che questo Stato fornisce in realtà servizi
clamorosamente inadeguati se non affatto contrari alle necessità
elementari del vivere, non dico dignitoso, ma almeno minimamente civile.
Scuola, giustizia, sanità, mercato del lavoro, politica, governo,
amministrazione pubblica e burocrazia, eccetera, che sono al di sotto dei
livelli minimi di efficienza, d'aggiornamento e di programmazione per il
futuro e addirittura per il presente. Il tutto nello sfacelo disastroso
della situazione idro-geologica del territorio, della urbanizzazione, del
traffico, dei porti, dei terminali, delle infrastrutture ferroviarie ed
aeree, e dei mezzi di comunicazione di massa. Ma
ora mi fermo, facendo ammenda per gli errori (probabili) e la (certa)
enfasi provocatoria dettata dall'irritazione e dalla vis polemica contro
la desolazione e il deserto che mi trovo davanti ogni finesettimana. Per
non parlare delle vacanze estive e di fine d'anno, delle feste e
ricorrenze civili e religiose, degli scioperi, dei cortei e delle
dimostrazioni di piazza, nonché di tutti i “ponti” che il calendario
permette alla miope e miserabile furbizia degli abitanti di questo felice
paese. |
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