La
gaia psicoterapia
"Men have been wise in many different modes,
but they have always laughed in the same way."
Dr. Samuel Johnson
Sì,
d'accordo, ho imitato un titolo di Nietzsche (Die fröhliche
Wissenschaft, 1882), ma la critica più pertinente che potrebbe
essermi rivolta è quella di aver chiamato "gaia"
un'attività, un lavoro, un mestiere che affronta e cerca di lenire
disagi, sofferenze e angosce psicologiche (talvolta non solo psicologiche)
degli esseri umani. Specialmente la nostra RET che, per unanime e
documentato riconoscimento (vedi il piccolo florilegio degli endorsment),
è forse l'unica che si azzarda con successo ad avventurarsi nella
gestione di situazioni estreme della sofferenza, come ad esempio le
malattie somatiche croniche e gli stati terminali, di fronte alle quali la
maggior parte delle altre psicoterapie arretrano impotenti.
Giusto. In certe situazioni c'è poco da ridere.
Però.
però...
Tanto per
cominciare, l'uso dell'umorismo non è vietato da nessun codice
deontologico. Semmai non viene nemmeno in mente a chi è privo di un
minimo senso dell'humour e lavora in modo freddo, serioso, severo e
arcigno. Sarà forse convinto che questo sia il corretto atteggiamento "professionale",
ma c'è da domandarsi che fine faccia il suo rapporto umano con i
pazienti.
In secondo luogo, la RET offre ai pazienti non solo le sue Canzoni
Razionali che prendono in giro alcune delle idee disfunzionali codificate
da Ellis, ma insegna ai terapeuti un atteggiamento piuttosto informale,
sereno e rilassato, dove c'è posto per la battuta di spirito,
l'esagerazione grottesca e la provocazione - naturalmente mai a carico del
paziente ma soltanto contro l'irragionevolezza controproducente delle sue
idee.
E, dopo averlo insegnato ai terapeuti, la RET insegna anche ai pazienti
come non prendersi troppo sul serio e come sviluppare un atteggiamento
piuttosto ironico e divertito verso la vita e le sue traversie.
Ma
come mai si usa l'umorismo?
Già,
come mai sembra utile usarlo?
Perché, vedete, è proprio vero. L'umorismo si dimostra molto efficace
nel ridimensionare e talvolta superare molti problemi. Non lo dice
soltanto la RET con le sue brave pezze d'appoggio (cioè, come si usa ora
dire, con le sue validazioni empiriche), ma lo sostengono anche altre
psicoterapie, altri autori, filosofi e scrittori.
Persino a livello popolare, tutti sanno che "il riso fa buon
sangue".
E
perché funziona?
Ecco, qui
la risposta si fa più complicata. Andiamo con ordine.
L'umorismo si può definire come un certo tipo di stimolo che provoca il
riflesso del riso - cioè la reazione motoria di ben quindici muscoli
facciali e di quelli della respirazione.
Un semplice riflesso quindi?
Colpisce tuttavia la differenza fra la natura dello stimolo e quello della
risposta. Se fra tutti i riflessi che conosciamo, ne prendiamo ad esempio
qualcuno come quello patellare, vediamo che tutto avviene ad un solo
primitivo livello fisiologico di semplice arco riflesso, senza bisogno di
alcun intervento delle funzioni mentali superiori. Nel riso si tratta
invece del fatto che una complessa attività mentale come udire o leggere
e capire una battuta spiritosa provoca una specifica e stereotipata
contrazione riflessa dei muscoli facciali e non solo.
È vero che anche il solletico fa ridere persino i bambini piccoli, e in
questo caso il riflesso del riso condivide con gli altri riflessi motori
la caratteristica di essere "unlearned", cioè non
appreso. Ma per capire una battuta umoristica ci vuole invece un certo
grado di apprendimento se non di vera e propria raffinatezza
intellettuale.
E c'è da aggiungere che mentre altri riflessi motori (quello pupillare,
tanto per fare un altro esempio) hanno una chiara funzione difensiva,
protettiva, adattiva et similia, quello del riso non sembra avere alcuno
scopo biologico né alcun valore utilitaristico.
Ma
allora a che serve?
Resta
infatti da spiegarsi quale sarebbe la funzione del riso. Ammesso che si
tratti di un riflesso, saremmo di fronte all'unico riflesso che, a
differenza degli altri che conosciamo, non sembra aver nulla a che fare
con l'evoluzione e la lotta per la sopravvivenza. Si potrebbe quasi
definire una cosa superflua - più o meno, fatte le debite distinzioni,
come l'appendice cecale del nostro intestino crasso. Ovvero, se vogliamo
trovarci un motivo di auto-compiacimento, potremmo riguardarlo come una
specie di lusso - un privilegio esclusivo degli esseri umani rispetto agli
altri animali.
Forse invece una spiegazione possiamo trovarla. Ci avevano già provato
gli antichi greci. Lo stesso Platone era rimasto perplesso di fronte a
questo strano fenomeno. Anche Aristotele. E poi Cicerone, Descartes,
Francis Bacon, Thomas Hobbes, Immanuel Kant, Herbert Spencer, Sigmund
Freud, Charles Darwin, Henri Bergson, Aldous Huxley, e un diluvio di
filosofi, scrittori, etologi, antropologi culturali e psicologi più
recenti. E chissà quanti altri - famosi e no. Esistono biblioteche intere
sull'argomento.
Il campo sembra buono per una ricerca o una "tesina" un
po' meno noiosa delle solite, se avete voglia di farla.
E
che cosa c'entra la psicoterapia?
Be'
vedete, fra le tante ipotesi avanzate, alcune di esse attribuiscono al
riso la funzione e l'effetto di alleviare la tensione e il disagio - non
solo nelle comunicazioni e nei rapporti interpersonali ma anche in certe
transazioni intrapsichiche, come il dialogo interno, il conflitto di
convinzioni, le contraddizioni logiche, le dissonanze cognitive e
cognitivo-affettive, eccetera.
Non vi pare che sia proprio questo uno degli scopi del nostro mestiere?
Quindi una spiegazione abbastanza plausibile sulla possibile utilità di
questo riflesso avrebbe appunto a che fare con la psicoterapia.
E allora non sembri poi tanto strano il titolo di queste due paginette, né
l'aver parlato d'umorismo in un simile contesto. Ma vale la pena di
parlarne ancora. Ci sono altri aspetti interessanti da tener presenti o
almeno accennare.
A risentirci. Presto.