![]() |
ALBERT ELLIS INSTITUTE (Italy)
INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE BEHAVIOUR THERAPY (Italy) INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE THERAPY (Italy)
|
![]() |
|
INTRODUZIONE
ALL’ARTICOLO “APPUNTAMENTO A DOMANI” VERSO
UNA TEORIA DELLA MENTE Questo
articolo può servire ad orientare meglio in una prospettiva più ampia
certi interessi e certi
discorsi che si stanno sviluppando nel nostro ambiente e che potrebbero
trovarvi impreparati in occasione di lezioni, discussioni, dibattiti,
eccetera. In ogni caso, si tratta
di un testo utile per capire certi riferimenti, accenni, eccetera, che
potrebbero venir fuori nella lezioni accademiche o nei seminari clinici,
oppure negli scambi di
opinioni con i trainee di altro orientamento.
C’è
infatti un gruppo di colleghi e studiosi di svariata estrazione che si è
proposto di occuparsi di “scienza cognitiva”. Traduzione forse un
po’ troppo esuberante del termine cognitive science. Un’espressione
meno ambiziosa potrebbe essere quella di cognitivismo scientifico, cioè
la ricerca di alcuni prolegomeni di un cognitivismo futuro che vorrà
presentarsi come scienza. In
ogni caso, questi colleghi cercano di capire e di studiare come sia
possibile individuare il meccanismo di funzionamento della mente umana e
vedere quali caratteristiche può assumere in alcune situazioni
psicopatologiche difficili e complicate, come ad esempio i disturbi
ossessivo-coatti, alcune psicosi, i disturbi di personalità, ecc. La
prospettiva è naturalmente molto affascinante. Si tratta nientemeno di
dotare il cognitivismo clinico di elementi il più possibile scientifici,
promovendo interazioni e sinergie fra lo studio dei disturbi psichici e
settori di ricerca, come, ad esempio,
la psicologia del pensiero o la teoria della mente,
che nell’ultimo decennio hanno goduto di una forte centralità
all’interno dello studio scientifico della mente. L’ambito
generale di studio e di ricerca in cui
questi colleghi si sono avventurati
è però molto vasto. Diverse sono infatti le posizioni che hanno
in comune l’impegno di studiare e cercare di capire come funzionano i
sistemi complessi - in particolare i sistemi complessi adattativi, di cui
la mente umana è un paradigmatico esempio. Tali impostazioni, molto
diverse tra loro, fanno capo a quella che oggi viene chiamata la scienza
della complessità (meno ambiziosamente, le teorie della complessità)
Si tratta, infatti, di
varie teorie che cercano di spiegare la complessità dei sistemi in
generale, e in particolare la complessità del sistema mentale umano. L’articolo
che ho scritto un paio d’anni fa tratta delle varie posizioni teoriche e filosofiche riguardo quest’argomento. È un articolo
discorsivo che, pur non avendo pretese scientifiche, può essere utile
come cornice generale in cui inquadrare le diverse impostazioni delle
varie teorie della complessità – in particolare sul problema cruciale
della consapevolezza e dell’auto-consapevolezza.
L’articolo può
consentire di avere una visione più ampia della questione e
può aiutare ad individuare qual è la posizione, tra le tante, da
cui alcuni colleghi hanno
scelto di partire per sviluppare le loro ricerche. Siamo
comunque di fronte ad una prospettiva
estremamente promettente perché ci si è accorti che certe leggi, certe
regolarità, certe configurazioni, date per scontate nella prospettiva di
semplici dinamiche lineari e formule matematiche di tipo lineare, non
funzionano nei sistemi complessi, di cui la mente umana è sicuramente un
esempio. I sistemi complessi, quindi, seguono dinamiche diverse, non
lineari, non esprimibili quindi mediante formule di matematica lineare. La
non linearità, però, non significa, come si potrebbe pensare, il caos,
la catastrofe, il disordine assoluto, ma pare abbia anch’essa delle
configurazioni proprie, delle sue regolarità (ad es. i frattali). E sono
proprio queste configurazioni e regolarità che in vario modo si vanno
ricercando. Come ho scritto nel mio recente testo “Il Mestiere di Psicoterapeuta”, si tratta di questioni che potrebbero divenire uno dei massimi dibattiti scientifici del Ventunesimo secolo. *** APPUNTAMENTO A DOMANI: VERSO UNA TEORIA DELLA MENTE
Questo
voleva essere un articolo divulgativo o giornalistico. In realtà è
soltanto un insieme di dati ed appunti raccolti qua e là in varie letture fatte con i limitati mezzi culturali e
intellettuali
di cui dispongo.
Si tratta insomma di una serie di note prese alla meglio
visitando campi
e territori che meriterebbero ben altra preparazione,
attenzione ed
applicazione.
Per questi motivi il
testo non ha nulla di originale. Chi si
limitasse a leggere quello che scrivo si farebbe soltanto una vaga
idea della faccenda.
Tuttavia questo
potrebbe forse servirgli da stimolo per
andare oltre tali
ristretti confini e mettere su basi più solide
la conoscenza
degli argomenti da me appena sfiorati.
E manca inoltre ogni riferimento ai testi e alle fonti da cui ho
tratto queste considerazioni. La letteratura in proposito è sterminata, e
le mie scelte sono state naturalmente ristrette e parziali. C’è
infine da aggiungere che il più delle volte mi son limitato a riassumere
o letteralmente a copiare (o tradurre In italiano) ciò che andavo
leggendo, senza nemmeno citarne i legittimi autori. Comunque sia, vorrei offrire alla riflessione di chi avrà la pazienza di leggermi una serie di spunti su argomenti che sembrano molto interessanti, cominciando dalla teoria della complessità - o come più ambiziosamente si dice "le scienze della complessità". La teoria della complessità La teoria della complessità è una specie di nuovo scienza, piuttosto disordinata e spesso poco critica, ma che sta aprendo nuovi e anticonvenzionali modi di riflettere sullo strano e per certi versi imprevedibile funzionamento del mondo reale.
Facciamo un esempio paradossale. Una vecchia e scherzosa
battuta scientifica dice che
secondo le leggi dell'aerodinamica, i calabroni non
potrebbero volare. E
se i calabroni lo sapessero, dovrebbero tutti precipitare a terra.
Ovviamente si tratta di una battuta. La Natura non funziona in questo
modo. Non si possono violare le leggi della Natura, né si possono
evitare le conseguenze
dell'ignorarle. Dato che i calabroni volano benissimo, delle due
l'una: o c’è qualcosa che non va nelle leggi dell'aerodinamica così come
le conosciamo
attualmente, oppure esse vengono applicate male nel caso dei
calabroni. In realtà non pare che il problema sia mai stato
veramente sottoposto a rigorosi controlli scientifici. Come dicevo, si
tratta di una storiella, molto probabilmente fasulla, ma che gli
scienziati perpetuano per ricordarsi che l'umiltà è un'utilissima virtù.
D'altra parte, però, ci sono molte altre storie piuttosto simili a
questa che sembrano altrettanto scherzose
ma che hanno un'inquietante punta di
serietà. Sono storie
che riguardano vecchie e rispettate teorie, dotate
di una
lunga serie di successi, ma che in certe circostanze cruciali
avanzano previsioni
fatalmente inattendibili come quella relativa ai calabroni.
Una di tali storie riguarda la classica teoria matematica
dell'economia, la quale dà
per scontato che gli operatori nel mercato sarebbero tutti
perfettamente informati e che
quindi qualsiasi cosa accada non potrebbe
mai coglierli di sorpresa.
Questa premessa teorica implica che i mercati
sarebbero sempre
stabili e che quindi i crolli in borsa non potrebbero mai
aver luogo. Malgrado
ciò, i crolli in borsa accadono. E per di più quasi
nessuno mai se li
aspetta.
Un'altra storia analoga alla precedente è quella relativa
all'evoluzione delle specie
vegetali ed animali. La teoria dell'evoluzione sostiene che
le variazioni nella
genetica e nella morfologia degli organismi viventi
sarebbero graduali e che l'ecosistema globale sarebbe sempre
stabile. La Natura, insomma,
non farebbe salti. Le formulazioni per così dire "quantitative"
di questa teoria sono
modellate sull'esempio della classica matematica economica
e soffrono dello stesso difetto. In particolare non riescono a
spiegare il
fatto che i reperti fossili presentano spesso salti di
varia ampiezza.
Esistono abbondanti prove di estinzioni in massa in cui un gran
numero di
specie sono scomparse più o meno contemporaneamente, ed
altrettante prove di improvvise esplosioni
di diversificazione in cui un gran numero
di nuove specie
sono comparse quasi contemporaneamente (considerando ovviamente
il ritmo dei tempi
geologici). Altre storie simili si possono trovare in altre convenzionali teorie scientifiche e della natura umana. Per esempio, malgrado sia evidente come in natura la tendenza dominante sia verso una sempre maggiore complessità ed auto-organizzazione, il pensiero scientifico tradizionale spesso ci porta a sorprenderci di ciò che la Natura sembra compiere in modo apparentemente affatto normale. La seconda legge della termodinamica c'insegna infatti che con il passare del tempo le cose tenderebbero a divenire sempre più disorganizzate. E allora vien da domandarci come la stessa vita abbia mai potuto avere inizio e organizzarsi in forme sempre più complesse. Analogamente siamo perpetuamente sconcertati dalla ricorrenza storica di rivoluzioni e sommovimenti politici, ovvero dall'enormità di cambiamenti sociali prodotti da fattori di dimensioni apparentemente minuscole. Quando vennero inventati i transistor, nessuno poteva prevedere che le comunicazioni di massa avrebbero potuto ribaltare culture e regimi stabilizzati. E' tuttavia molto probabile che le apparecchiature fax abbiano giocato un ruolo non indifferente nel collasso dell'Unione Sovietica, agendo come tempestivo mezzo di trasmissione delle notizie nell'ambito del paese e attraverso le sue frontiere. Al pari della supposta deficienza aerodinamica dei calabroni, molte delle nostre più devote convinzioni scientifiche falliscono miseramente quando si confrontano con gli eventi che invece accadono nel mondo reale. Paradigmi
a confronto
Numerosi scienziati hanno recentemente avvertito il bisogno di
fondamentali revisioni del nostro modo di pensare rispetto a tali
problemi. Alcuni
di essi hanno cominciato a sospettare che la strada da seguire
potrebbe esser quella delle
novelle teorie delle dinamiche non-lineari. L'analisi
matematica dei modi in
cui i sistemi cambiano nel corso del tempo è stata
lungamente dominata dalla matematica lineare, un campo in cui i
ritmi di crescita sono
costanti, gli effetti sono proporzionali alle cause, e
l'insieme è letteralmente
la somma delle sue parti.
Il pensiero lineare ha il grande vantaggio della semplicità; la
relativa matematica è poderosa e maneggevole. Per contro, il pensiero
nonlineare è
sempre sembrato confuso se non caotico, difficile da precisare,
irto di complicazioni e circuiti a feed-back. Almeno così è
stato sino a quando un formidabile concorso di nuove esigenze
tecnologiche, di nuove prospettive matematiche, e di simulazioni
computerizzate non hanno cominciato a rivelare che
anche il mondo nonlineare ha i suoi schemi e le sue configurazioni.
E tali schemi e configurazioni somigliano inoltre proprio a
quegli aspetti del nostro
mondo che sembrano così
sconcertanti a una mentalità lineare.
Nei sistemi
nonlineari piccole cause possono creare effetti enormi,
le regole
rigide possono condurre all'anarchia, e l'insieme ha spesso capacità
che non esistono nelle sue
parti componenti.
E' stata
così concepita l'idea di istituti
di ricerca specializzati
nello sviluppo e nell'applicazione interdisciplinare delle
dinamiche nonlineari. Ovvero,
come alcuni preferiscono dire, dedicati allo studio della teoria del la
complessità. Comunque sia, le ricerche si ispirano ad una concezione
del tutto diversa dei
sistemi naturali una concezione in cui qualche volta
le borse devono
crollare, qualche volta le specie devono estinguersi in
massa, e qualche volta
le società devono subire delle rivoluzioni. Tali studi indicano come
molti fenomeni apparentemente straordinari siano in realtà normalissimi in
sistemi che abbiano un certo tipo di struttura. E, per
esempio, confermano
la tesi secondo cui sopra un pianeta privo di vita ma che
abbia una
chimica abbastanza
complessa, è probabile che
la vita
possa sorgere
spontaneamente ed organizzarsi in forme progressivamente sempre
più sofisticate.
In questi ultimi anni la teoria della complessità e campi
correlati come quello
dell'intelligenza artificiale e quello della teoria del caos che pure in modi
diversi affrontano aspetti del mondo nonlineare - hanno conquistato
l'immaginazione tanto del pubblico che degli scienziati. E non c'è da meravigliarsi
che abbiano anche provocato controversie e polemiche; come
è inevitabile quando si tratti
di proposte intese a introdurre
cambiamenti radicali
nel pensiero scientifico. Molti scienziati non solo sono in
disaccordo sulla capacità o potenzialità di queste teorie di
affrontare i suddetti problemi
ma contestano persino la realtà dei problemi stessi. Per
esempio, non è
affatto universalmente ammessa la genuinità di tutti gli apparenti
salti nei reperti fossili. Come si sa, la serie dei fossili
è notoriamente
incompleta. Ma ciò che sembra un cambiamento improvviso
potrebbe anche
dipendere dal fatto che i fossili intermedi non siano stati ancora
ritrovati oppure
che le specie
intermedie non abbiano mai lasciato fossili.
Ovvero ancora, un
apparente cambiamento improvviso potrebbe in realtà dipendere
da una migrazione
in massa. La serie fossile dei coleotteri
è piena di salti apparenti
dovuti appunto a migrazioni provocate da
variazioni climatiche;. Invece di evolvere in forme capaci di sopportare
meglio il caldo, i coleotteri
amanti del freddo se ne andarono in posti più freschi.
In realtà oggi sta
avvenendo una specie di duello fra
due paradigmi
filosofici affatto diversi. La maggior parte della scienza tradizionale
si affida
a una filosofia
riduzionista in cui si cerca di capire
un sistema
dettagliando la sua
struttura e studiando come ogni singolo componente
influenzi ogni altro singolo componente. La filosofia della teoria
della complessità è invece
impostata sul concetto di emergenza (di fenomeni emergenti), in cui il
funzionamento di un sistema può trascendere le sue parti componenti - cioè
andare oltre le capacità e il funzionamento delle stesse.
Lo scopo principale
della teoria della complessità è quello di rendere scientificamente
rispettabile questo concetto di emergenza. I teorici della complessità riguardano un crollo in borsa come un fenomeno emergente in un complesso sistema monetario che reagisce ai comportamenti di un gran numero di singoli operatori finanziari. Nessuno di essi può provocare il crollo in borsa; e nessuno di essi in realtà lo vuole. Tuttavia quando le interazioni tra gli operatori sembrano avviate verso una particolare direzione dinamica nonlineare, le loro collettive reazioni si rinforzano a vicenda ed il risultato inevitabile è appunto il crollo. Analogamente, la capacità del cervello di riconoscere gli oggetti nonché la stessa consapevolezza o auto-consapevolezza umana (consciousness – da non tradurre malamente in italiano con la parola “coscienza” che significa anche altre cose e che in inglese ha il suo corrispettivo in conscience) vengono riguardate da alcuni teorici della complessità come proprietà emergenti di una complessa rete di interazioni fra le cellule nervose. E ritengono che la spiegazione di questi fenomeni risieda nell'organizzazione globale del cervello piuttosto che in una qualche capacità intrinseca di singole cellule nervose o di singole connessioni sinaptiche. I
precedenti
La teoria della complessità non rappresenta il primo tentativo
d'introdurre nella scienza il pensiero nonlineare, ma
per molti versi sembra il più ambizioso. I suoi precedenti comprendono la teoria
delle catastrofi di René Thom, la quale ci disse come piccole cause possano
avere grandi effetti.
Un altro precedente
è la teoria del sinergismo di Hermann
Haken, che pose in
evidenza gli straordinari effetti sinergici (o
collaborativi) in
sistemi composti di molte unità individuali. Un altro ancora è
la termodinamica di Ilya Prigogine (nonequilibrium thermo-dinamics),
che sostenne come in Natura
strutture auto-organizzate
di complessità crescente devono essere
piuttosto normali,
almeno quanto i sistemi che si stabilizzano in
equilibri termodinamici
perdendo la loro struttura specifica.
Un aspetto più
recente della scienza nonlineare è la teoria del
caos, la
quale rivela come
fenomeni apparentemente casuali o fortuiti (random) possono
essere il risultato di
semplici
regole deterministiche - purché tali
regole siano
nonlineari. La teoria ha applicazioni le più varie -
come ad
esempio le previsioni metereologiche, i movimenti dei pianeti, le
cause delle crisi
cardiache e di certi scompensi psicologici, la diffusione delle
epidemie, il comportamento delle popolazioni
animali, eccetera. Ma la più importante lezione che deriva dalla teoria
del caos è appunto che semplici regole nonlineari possono
provocare fenomeni
intricatissimi ed estremamente complessi.
E' facile confondere
la teoria del caos con quella della complessità.
Entrambe usano
immagini simili, entrambe studiano sistemi simili, entrambe sono
nonlineari, ed
entrambe fanno largo uso di simulazioni e grafiche computerizzate.
La differenza consiste però nel fatto che la teoria del caos
studia fenomeni
complessi in sistemi semplici, mentre la teoria della
complessit prende di
mira fenomeni semplici in sistemi complessi. La prima ci dice
che regole
semplici possono
generare fenomeni complessi. La seconda
ci manda
invece il messaggio opposto - e
cioè che sistemi altamente complessi possono occasionalmente generare
fenomeni semplici ma di enorme portata
(come, ad
esempio, quello accennato sopra delle qualità emergenti). La "semplicità" di un fenomeno emergente può anche non essere immediatamente apparente. Per esempio, come si fa a considerare "semplici" certe qualità o capacità del cervello umano quali il riconoscimento degli oggetti e persino la stessa consapevolezza o auto-consapevolezza? La risposta a tale domanda è che a un determinato livello di una organizzazione di enormi dimensioni come il cervello, le sue varie capacità possono venir descritte, definite e caratterizzate in termini accessibili e comprensibili a qualsiasi essere umano. Il fatto non è poi tanto sorprendente: noi tutti abbiamo un cervello e troviamo abbastanza facile (o semplice) fargli fare ciò che vogliamo. Se mi affaccio alla finestra, vedo e riconosco un albero. L'intero processo sembra automatico ed appunto "semplice". Ma la complessità diviene evidente quando cominciamo a guardare dentro il cervello per scoprire come fa a riconoscere un albero. La consapevolezza e l’auto-consapevolezza
Più difficile e più importante ancora sembra la stessa
domanda relativa
alla consapevolezza
che abbiamo di noi stessi e del nostro
funzionamento. Anzi, come ho già
scritto altrove, alcuni studiosi dicono che si tratta probabilmente di
una questione
che potrebbe divenire uno dei massimi dibattiti scientifici del
Ventunesimo secolo. Un dibattito scientifico che già vede e sempre più
vedrà l'atteggiamento interdisciplinare
della maggioranza dei partecipanti. In esso
infatti confluiscono aspetti che riguardano la filosofia e la
biologia, la
fisica e la chimica, la matematica, le neuroscienze, la
cibernetica e l'informatica,
la teoria dei sistemi, i cosiddetti CAS o CES (Complex
Adaptive Sistems o
Complex Evolutive Systems = sistemi complessi adattivi o evolutivi), l'intelligenza artificiale, e naturalmente la
psicologia cognitiva.
Io mi occupo appunto di psicologia cognitiva, ma non ho certo la
presunzione di essere in grado di partecipare al suddetto dibattito. Pur
nella mia pochezza e scarsa
preparazione scientifica posso tuttavia cercare di
accennare almeno ai suoi lineamenti più grossolani.
Diciamo subito che il
problema della consapevolezza o
auto-consapevolezza è abbastanza
facile da definire; molto più difficile da
affrontare. Si
tratta infatti di spiegare come mai gli esseri umani, che
sono in fondo semplici aggregazioni di cellule e di molecole come
ogni altro essere vivente,
avrebbero la capacità o le capacità mentali che noi chiamiamo
consapevolezza
o consciousness.
Siccome sono anche un medico, metterei la questione in questo modo:
Al pari
di tutti gli altri
esseri umani, io ho un cervello. Questo
cervello consiste di
circa un chilo e mezzo di materia. Le sue componenti
funzionali sono certe
cellule chiamate neuroni. Nel cervello ci sono circa dieci miliardi
di neuroni, ed ogni neurone è
governato da note (o almeno
conoscibili) leggi
fisiche e chimiche.
Tutto ciò che fa il cervello, tutto ciò
di cui
sono più o meno consapevole - comportamenti, percezioni,
sensazioni, emozioni, intenzioni, ricordi, pensieri, sentimenti, eccetera - deve
in qualche
modo coinvolgere l'attività di questi neuroni.
Continuiamo a metterla in questi termini. Se qualcuno sta leggendo
questa pagina, un
fatto indiscutibile è che la sta leggendo. Ma ora che ho richiamato la sua attenzione su questo fatto,
è altrettanto indiscutibile che
è divenuto consapevole che la sta leggendo. Il problema della
consapevolezza si riduce in fondo a domandarci come si passa
dall'attività dei neuroni alla condizione
di auto-consapevolezza.
Per parecchi anni gli scienziati che studiavano il cervello si son
dovuti accontentare di stabilire le zone dei diversi tipi di cellule e,
in qualche caso, di stabilire
quali zone del cervello erano coinvolte nelle
varie funzioni
mentali. La scoperta che il linguaggio è controllato da zone
del l'emisfero sinistro del cervello e che la percezione spaziale
è governata da zone
dell'emisfero destro rappresenta è un esempio dei risultati di tali
studi. Naturalmente le
scoperte di questo tipo sono estremamente
importanti, specialmente
nel trattamento dei
disturbi neurologici. Però, sino a
poco tempo
fa, la scienza non era semplicemente in grado di affrontare
la questione di come
sia possibile che il cervello riesca a produrre anche
quello stato che si chiama consapevolezza. In realtà questo campo
d'indagine è talmente nuovo che non sappiamo nemmeno quali sono le
domande da porci.
Il problema è reso ancor pi
difficile dal fatto che tutti conoscono
il significato del
termine
“consapevolezza” o "consciousness" ma nessuno sa
darne una definizione
accettabile per tutti. Si tratta di uno di quei termini come
"tempo" o "vita"
che siamo convinti di
conoscere ma che non sapremmo
come spiegare
a un'altra persona.
E più ci proviamo, più risulta difficile definire esattamente il
termine “consapevolezza” o "consciousness". Un docente di
fisica in un'università degli Stati
Uniti ricorda
che una volta partecipò
ad un gruppo di studio su i CAS (Complex Adaptive
Systems) - quale appunto viene
considerato il cervello. Tra i
membri del gruppo
c'erano esperti di cibernetica e di calcolatori elettronici, biologi,
psicologi, educatori e insegnanti, filosofi e persino uno studioso
di scienze
politiche. Dopo le prime sedute, divenne chiaro che la
discussione finiva
sempre per impantanarsi in questioni semantiche. Si cominciava con un
argomento preciso all'ordine del giorno, per esempio l'intelligenza
artificiale, e si finiva col discutere sul significato che ognuno dava al
termine "intelligenza".
Il professore, sperando di superare la difficoltà, compilò un
elenco dei termini controversi, cominciando da "cervello"
e finendo col
termine più astruso di “consapevolezza” o "consciousness".
Poi chiese di dedicare un paio d'ore
a vedere se si poteva trovare un accordo sul significato di questi
termini. Nella sua
ingenuità era convinto che non ci sarebbero stati problemi
almeno per quanto
riguardava i primi e più semplici termini del suo elenco. Accadde invece che gli
scienziati discussero animatamente per più di due ore senza raggiungere
alcun accordo sul significato del termine "cervello". Ora,
avere a che fare con un campo
d'indagine talmente nuovo che persino i termini fondamentali
restano indefiniti e controversi rappresenta un caso a
dir poco
insolito.
Malgrado ciò, malgrado cioè il fatto che non tutti concordano
sulla definizione
di consapevolezza o consciousness, parecchi studiosi hanno
gi occupato posizioni
precise in campo scientifico e polemizzano fra loro su come la
consapevolezza o auto-consapevolezza abbia origine nel cervello umano. Dicevamo sopra che sino a poco tempo fa gli scienziati non erano in grado di affrontare la questione con i mezzi allora disponibili. Oggi l'impresa è resa più abbordabile grazie a nuove tecniche sperimentali, ma soprattutto grazie alla disponibilità di computer digitali ad alta velocità. Queste macchine hanno enormemente aumentato la possibilità di esaminare e studiare sistemi complessi come il cervello. E sebbene i ricercatori non siano nemmeno in vista di una definitiva spiegazione di come funzioni il cervello, essi possono cominciare ad esplorare il tipo di funzionamento che mostrano i sistemi complessi. Queste esplorazioni promettono di gettare qualche luce su come pensieri e sentimenti siano collegati alle cellule nervose e alle molecole che formano il cervello. Le
varie posizioni
Ci sono due modi di classificare gli scienziati che attualmente si
occupano del problema della
consapevolezza (consciousness).
Il primo modo riguarda i metodi
che usano nel loro
lavoro;
il secondo riguarda invece il punto di vista
filosofico che adottano nel considerare che cosa sia la
consapevolezza.
In quanto
ai metodi di lavoro, la maggior parte degli
studiosi hanno
affrontato la questione o cominciando dai neuroni e poi risalendo
gradatamente sino al
cervello, oppure, al contrario, cominciando
a vedere come funziona il cervello
e poi
prendendo in considerazione la sua struttura interna. I due
metodi si
possono rispettivamente
chiamare "bottom-up" (da sotto in su) e
"top-down" (dall'alto
in basso). Il primo è
preferito dai neurofisiologi, mentre
il secondo è
preferito
dagli psicologi. Tanto per dare un'idea di quanto ci sia
ancora da imparare, basti dire che attualmente ci sono numerosi
studiosi in entrambi
i campi ma che praticamente non esiste alcun terreno comune fra i due gruppi. In quanto ai punti di vista filosofici, le posizioni sono più variegate. E' tuttavia possibile dividere gli studiosi in tre categorie generali: materialisti, misterici e negativisti. I materialisti
sostengono fondamentalmente che la mente può
venir descritta
soltanto in termini di funzionamento del cervello. Per essi è inaccettabile
l'idea che nel
fenomeno della consapevolezza (consciousness) umana ci possa
essere qualcosa, qualsiasi
cosa, che non sia definibile secondo le leggi standard della
fisica e della
chimica. Naturalmente i materialisti non sono convinti di
saperne abbastanza su queste leggi al punto di poter capire la consciousness;
però son convinti che tali leggi siano individuabili e conoscibili
mediante i metodi
della scienza e che - avendo a disposizione tutto il tempo necessario
ed adeguati mezzi di
ricerca - queste leggi verranno prima o
poi alla
luce.
Nella sua formulazione
più netta, la posizione dei materialisti si
può riassumere nell'affermazione che noi, le nostre gioie e i
nostri dolori, le
nostre memorie ed
ambizioni, il nostro senso di libertà e di
libero arbitrio, non
sono altro che il funzionamento di un grande assemblaggio di cellule
nervose. In altre
parole, ogni individuo sarebbe soltanto
una massa
di neuroni.
Un importante risultato delle ricerche bottom-up condotte
dai materialisti sul processo della vista riguarda il problema del "binding",
cioè della
connessione dei vari
segnali indipendenti e specifici (linee,
angolazioni, colori,
eccetera) provenienti
da gruppi specializzati di cellule
nervose ottiche.
Tale connessione di segnali produce infine nella nostra mente,
in qualche
modo ancora sconosciuto, le immagini delle cose presenti nel
campo visivo.
L'aspetto per noi più interessante di queste ricerche è la messa
in evidenza di una
caratteristica
del funzionamento del cervello umano. Non
pare cioè che il
cervello sia una specie di gigantesco calcolatore. Sembra
piuttosto che sia
formato da una serie di piccoli e specialissimi calcolatori tascabili,
ciascuno dei quali fornisce il suo specifico contributo al
prodotto finale senza bisogno di nessuna gestione direttiva
centrale.
Si può anche
congetturare come in una prospettiva Darwiniana tale
tipo di
cervello abbia potuto evolvere, partendo appunto dal suo
funzionamento. Esistono
infatti anche materialisti cha lavorano secondo il metodo top-down.
Ed alcuni di essi hanno studiato a fondo il fenomeno phi, un noto
esperimento psicologico che riguarda appunto la vista. I soggetti guardano
uno schermo su
cui due punti luminosi separati e di colore diverso
lampeggiano in
rapida successione con un breve intervallo di oscurità fra i due
lampeggiamenti. I soggetti credono di vedere invece una singola
fonte luminosa mobile che
cambia colore a mezza strada del suo illusorio percorso. Il fatto che i soggetti
credano che il colore cambi prima del secondo lampeggiamento
dimostra come l'ordine
in cui percepiamo gli stimoli non è
necessariamente lo
stesso ordine in cui i dati sensoriali arrivano al cervello.
Da questo esperimento si potrebbe quindi concludere che il cervello
non produce
immagini come un calcolatore o uno schermo televisivo,
ma procede
piuttosto mediante "multiple drafts" (abbozzi
multipli) che partono dai lineamenti
più grossolani del quadro (tanto per accorgersi subito se, per
esempio, c'è qualcosa di
pericoloso) e poi li raffinano progressivamente sino a
produrre la versione
finale - il tutto in una frazione di secondo.
Per dirla in modo più preciso: secondo questo modello degli
Abbozzi Multipli, ogni tipo
di percezione - anzi, ogni tipo di pensiero
ed attività
mentale - viene compiuta dal cervello mediante processi paralleli
multitrack (a più
piste o a piste multiple) di
interpretazione ed elaborazione degli impulsi
sensoriali. In altre
parole, le informazioni che entrano nel sistema nervoso sono sottoposte ad
un continuo processo di revisione editoriale.
E, come accennato sopra, da un punto di vista evolutivo o
Darwiniano non si
può negare che per un animale risulta vantaggioso afferrare
subito gli
aspetti più generali
del suo ambiente e scendere nei particolari in un
secondo tempo. Quando si arriverà ad una definitiva teoria della
visione, molto probabilmente almeno un suo aspetto sarà qualcosa di
simile a questo modello degli
Abbozzi Multipli.
Ma, a parte tutto, che
cosa ha a che fare con la consapevolezza la descrizione
dettagliata del
funzionamento del cervello fatta con
i metodi
bottom-up o top-down? Malgrado tutti i dati che i
materialisti riusciranno a raccogliere,
resterà sempre difficile spiegare come l'organizzazione e l'attività
delle cellule possa dare origine a qualcosa come la
consapevolezza. . Ed ecco
che allora la soluzione di questo problema potrebbe essere offerta
dall'ipotesi dell'emergenza (cioè dei fenomeni o delle capacità o qualità
emergenti) che accennavo nella prima parte.
Ho già scritto altrove che per
farsi un'idea di un fenomeno emergente basta immaginare un
mucchio di
sabbia sopra un
tavolo. Per un po' di tempo, man mano che
aggiungo un
granello di
sabbia per volta, il mucchio diviene sempre più grosso.
A un
certo punto arriva però
il momento in cui aggiungere un altro
granello di
sabbia produce
un fenomeno nuovo - una valanga. I ben noti modi
dire "la
goccia che fa
traboccare il vaso", o "la paglia che spezza la schiena
del l'asino" (o
del cammello, secondo l'abituale modo di dire inglese) nascono appunto
dal rendersi conto che in un sistema apparentemente stabile
ma in
evoluzione possono
verificarsi fenomeni improvvisi e inaspettati. In
altri termini, in
sistemi dotati di numerosi agenti che interagiscono fra di
loro possono
verificarsi cambiamenti repentini una volta che il sistema abbia
raggiunto certi livelli di complessità. In questi sistemi si può
arrivare cioè
a un punto in cui
"more" (di più) diviene improvvisamente "different"
(diverso). Un
modo di considerare la consapevolezza potrebbe esser
quello di
riguardarla come qualcosa di simile alla valanga accennata sopra -
una specie di valanga che
avviene ad un certo livello critico di dimensioni ed
organizzazione dei neuroni. Questo permetterebbe anche di capire meglio come gli esseri umani siano fondamentalmente diversi dai nostri parenti genetici più stretti - gli scimpanzé - con cui abbiamo in comune un'enorme percentuale di DNA. Ma non è tanto la quantità di DNA in comune che importa, bensì piuttosto se la differenza basti (o sia bastata parecchi milioni di anni fa) a provocare una nuova valanga. I misterici sembrano invece sgomentati dall'idea che tutti i grandi
progressi e successi della specie umana siano riconducibili agl'impersonali
effetti di operazioni
fisico-chimiche. Proprio come molte persone ai
tempi di Darwin erano
sgomentate dall'idea che gli esseri umani fossero il
risultato di cieche operazioni dell'evoluzione naturale. Di solito
le persone che hanno tali
reazioni parlano dell'esistenza dell'anima quale
fondamentale discriminante
fra gli esseri umani e gli animali. Poiché l'esistenza dell'anima non
una faccenda che si presti a una dimostrazione scientifica,
sarà meglio lasciare
la questione a chi avrà voglia di occuparsene.
Ma nella comunità scientifica ci son comunque persone le quali
sostengono che, per un motivo o per un altro, il fenomeno della
consapevolezza (consciousness) resterà sempre al di là dei limiti
della possibile conoscenza umana o che almeno si trova attualmente al di
là delle conoscenze che la scienza possiede. Tale posizione
stata definita "misterismo" da un filosofo americano, e
una sua interessante
formulazione è stata avanzata da un filosofo australiano.
L'argomentazione non ha nulla di mistico o di religioso, ma si basa
sopra un'analisi critica di
come funzionano le teorie scientifiche.
Nel tentare di
ristabilire la tradizionale posizione
dualista secondo
cui la mente e il
corpo sarebbero due "cose" diverse, di diversa sostanza
e natura, questo
filosofo respinge nettamente la prospettiva materialistica e sostiene che
non è possibile spiegare la
consapevolezza (consciousness) in termini di neuroni
del cervello. La
venerabile teoria filosofica del dualismo mente-corpo
discende dal pensiero
di un filosofo e matematico francese del
XVII secolo,
René Descartes, che teorizzava come la mente fosse una sostanza
non materiale e che, a differenza della materia, non fosse soggetta alle
leggi della
fisica. E il filosofo
australiano analogamente crede che la
consapevolezza non
possa venir inscritta nell'ambito delle nostre conoscenze scientifiche. Un
punto fondamentale della sua argomentazione è che
esiste un'essenziale differenza
fra le attivazioni neuronali nel cervello quando ad
esempio si
vede il colore rosso e l'effettiva esperienza di vedere rosso.
Secondo lui,
tale esperienza non è
riducibile all'attività dei neuroni. Per metterla
in senso più
generale, la consciousness sfuggirebbe alla rete delle spiegazioni
riduzioniste, cioè ai
tentativi di spiegare il tutto in termini
delle sue
parti.
Coloro che oggi affrontano il problema della consapevolezza dal
punto di
vista dei misterici si
trovano in certo senso nella stessa posizione
degli scienziati
che nel XVIII secolo cominciarono a studiare seriamente il
problema dell'elettricità. Questi scienziati si trovavano di fronte
a una nuova realtà naturale
- la carica elettrica - che non poteva venir
spiegata nei
termini Newtoniani di
materia e di movimento. Ed essi trattarono la
carica elettrica
come una quantità completamente nuova che doveva essere
studiata di
per sé e non come un qualcosa dipendente da altri aspetti della
Natura. Il
filosofo australiano sostiene infatti che la consapevolezza
si rivelerà
come una qualità
completamente nuova dei sistemi complessi e la sua
spiegazione richiederà quindi un nuovo tipo di scienza. La posizione dei misterici è un'ipotesi perfettamente valida sulla natura della consapevolezza, e, come ogni ipotesi scientifica, si dimostrerà vera o falsa sulla base delle future sperimentazioni. Esistono però nell'ambito dei misterici alcuni punti vista che sembrano un po' più lontani dal pensiero scientifico. Alcuni di essi sostengono infatti che il cervello umano non sarà mai capace di capire la sua stessa consapevolezza. Tale tipo di argomentazioni sono spesso formulate in termini scientifici mentre invece sembrano piuttosto avere un'ispirazione mistica o spirituale. E dato lo stato attuale delle conoscenze scientifiche sulle funzioni cerebrali, ci vorrà parecchio tempo prima che qualcuno riesca a mettere alla prova queste argomentazioni. I negativisti affrontano infine il problema della consapevolezza
semplicemente negando che esista. Si tratta di un gruppo piuttosto
notevole di persone,
per lo più neuroscenziati, che considerano la consciousness
un'illusione e preferiscono dedicarsi a problemi secondo loro più
seri. Sembra quasi che siano talmente coinvolti nel cercare di capire, per
esempio, le connessioni
ottiche del cervello da arrivare al punto di scotomizzare completamente le
più difficili questioni
relative all’argomento di come ci si rende conto e si riconosce ciò che
si vede. Persino alcuni che vengono considerati materialisti possono talvolta offrire il fianco alla critica sulla loro posizione ed esser messi fra i negativisti. Ad esempio, lo stesso scienziato che ha avanzato l'ipotesi o teoria degli Abbozzi Multipli accennata sopra arriva a sostenere che la consapevolezza non sarebbe altro che una "macchina virtuale" operante nel cervello. E' come se ci venissero spiegate con ricchezza di particolari le operazioni di un motore a combustione interna per poi sentirci dire che un automobile è soltanto un'illusione.
La scienza ha molti modi di affrontare i problemi non risolti. Uno è quello di ignorarli fino a quando non si abbiano i mezzi per arrivare a una soluzione. In fondo, molti neuroscienziati stanno facendo proprio questo. Tuttavia, sostenere che allo stato presente un problema non può essere spiegato è cosa affatto diversa dal sostenere che il fenomeno in questione non esiste. Si potrebbe insomma dire che coloro i quali negano l'esistenza della consciousness non prendono sul serio la scienza. Domani
Poiché oggi è possibile studiare il funzionamento dei sistemi
complessi come il
cervello, e poiché le tecniche sperimentali cominciano a permetterci
di tracciare l'attività di singole cellule cerebrali, possiamo
azzardarci a
sollevare importanti
questioni su come funziona il cervello e su
come mai gli esseri
umani sono divenuti quello che sono. Il dibattito sulla natura della
consapevolezza promette di aiutarci a raggiungere una certa comprensione
dell'identità della specie umana e di che cosa ci separi dal resto del
regno animale. Sebbene
le risposte a queste domande potrebbero
non essere
vicine, possiamo consolarci col fatto che il dibattito è ormai
allo scoperto - in un luogo cioè dove possiamo seguire scienziati e filosofi
mentre man
mano procedono nella
loro grande ricerca intesa a rivelare i misteri
della nostra
consapevolezza, auto-consapevolezza o consciousness. *** NOTE AGGIUNTIVE Modelli Lineari e Non-Lineari
Per chiarire meglio i concetti, diciamo che i modelli matematici
dei sistemi fisici sono rappresentati da due tipi di equazioni: quelle
lineari e quelle non-lineari. La differenza sostanziale fra i due tipi è che le soluzioni di
un'equazione lineare possono essere sommate insieme, ovvero sovrapposte,
per ottenere un'ulteriore soluzione. Nelle equazioni nonlineari tale
sovrapposizione non è invece possibile. Per esempio, le onde in acque
poco profonde possono esser rappresentate da un'equazione lineare, e le
reciproche interferenze delle varie onde possono esser rappresentate
sovrapponendo due diversi pattern di ondulazione - vale a dire, sommando
due soluzioni. Invece le grosse ondate non si sommano in questo modo,
rendendo molto più complicata la rappresentazione delle reciproche
interferenze. Dato che gli effetti nonlineari amplificano le dimensioni,
in certe circostanze due grandi onde possono unirsi per creare un'ondata
più alta delle due onde originarie messe insieme. Una tale interazione
nonlineare in mare aperto potrebbe produrre ondate talmente grosse da
affondare un supertanker. Da un punto di vista matematico, la differenza più saliente è che le equazioni lineari sono più facili da risolvere, rendendo spesso possibile stabilire precise formule per la loro soluzione. E per questo motivo nel passato è stata attribuita un'eccessiva preminenza ai sistemi lineari. Ma catastrofi, cahos, e il fenomeno dell'emergenza non trovano posto nei sistemi lineari; quindi le indicazioni fornite dai modelli lineari sono state in certo senso depistanti. La maggior parte dei sistemi naturali sarebbero infatti rappresentati meglio da equazioni nonlineari. Oggi, grazie ai moderni calcolatori ed a nuovi strumenti matematici offerti dalla geometria e dalla topologia, è possibile approfondire lo studio delle equazioni non lineari e della loro applicazione alla teoria delle catastrofi, a quella del cahos ed ai sistemi evolutivi complessi. Linear Algebra Linear
algebra is the branch of algebra that deals primarily with linear problems,
that is to say, problems that depend for the most part on the solution of
linear equations. An equation in two or more variables, or "unknowns,"
is linear if it contains no terms of the second degree or greater; that is,
if it contains no products or powers of the variables. The term linear
derives from the fact that the graph of a linear equation in x and y is a straight line in the Cartesian
xy-plane. Thus a linear
equation represents a linear relationship between the variables x and y in a geometric sense. Similarly, a linear equation in three
variables x, y, z represents a plane in three-dimensional space,
and two such equations considered simultaneously represent the line of
intersection of the two planes, provided they are not parallel. When the
number of variables is greater than three, there is no longer a simple
geometric interpretation because physical space is limited to three
dimensions. Nevertheless, it is customary to continue the geometric
analogy and to think of the solutions of a linear equation in four
variables as constituting a "hyperplane" in a four-dimensional
space, and similarly for any finite higher dimension. The
theoretical investigation and solution of general systems of linear
equations are facilitated by the introduction of entities called vectors
and matrices. Vectors were originally introduced in order to interpret
mathematically a physical quantity such as a velocity or force that has
both a magnitude and an associated direction. A matrix is a rectangular
array of numbers in a definite order, such as the array of coefficients of
the unknowns in a system of linear equations. Rules of computation with
vectors, which stem from their original physical interpretation, lead to
closed systems of vectors called vector spaces, and matrices can be
identified with special functions on these vector spaces called linear
transformations. The theory of linear transformations of
finite-dimensional vector spaces, which embraces the theory of matrices
and that of systems of linear equations, constitutes the subject matter of
linear algebra. Catastrophe
Theory Catastrophe
theory is a set of methods used in mathematics to study and classify the
ways in which a system can undergo sudden large changes in behaviour as
one or more of the variables that control it are changed continuously.
Catastrophe theory is generally considered a branch of geometry because
the variables and resultant behaviours are usefully depicted as curves or
surfaces, and the formal development of the theory is credited chiefly to
the French topologist
René Thom. A simple example of the behaviour studied by catastrophe theory is the change in shape of an arched bridge as the load on it is gradually increased. The bridge deforms in a relatively uniform manner until the load reaches a critical value, at which point the shape of the bridge changes suddenly--it collapses. While the term catastrophe suggests just such a dramatic event, many of the discontinuous changes of state so labeled are not. The reflection or refraction of light by or through moving water is fruitfully studied by the methods of catastrophe theory, as are numerous other optical phenomena. More speculatively, the ideas of catastrophe theory have been applied by social scientists to a variety of situations, such as the sudden eruption of mob violence. |
|
|
|