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ALBERT ELLIS INSTITUTE (Italy)
INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE BEHAVIOUR THERAPY (Italy) INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE THERAPY (Italy)
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VALEDICTION: LETTERA AI COLLEGHI Cari
colleghi,
Dopo oltre
cinquant'anni di attività professionale (più di trenta in Italia,
come Socio Didatta della SITCC), non sembri fuori luogo questo mio
scritto - una specie di saluto che anticipa il non troppo lontano
commiato da tutti voi. La sede più adatta sarebbe forse quella
congressuale, ma non ho potuto partecipare all'ultimo congresso
e dubito che potrò esser presente al prossimo.
Ricorro quindi a questa lettera per
ringraziarvi della stima, la simpatia e l'affetto che mi avete
sempre dimostrato, pari a quella dei miei allievi e dei miei pazienti. Ho
intrattenuto con molti di voi ottimi rapporti, che
man mano sono cresciuti sino a diventare relazioni di vera e
propria amicizia. Amicizia che ha
arricchito non solo intellettualmente ma anche umanamente una
lunga carriera vivace e stimolante,
piena di sviluppi, innovazioni e qualche successo. Amicizia che
ha consolato la fatica e lo
stress di un lavoro difficile e impegnativo, e talvolta anche le
delusioni ed amarezze inevitabili in ogni esistenza umana.
Ma in questa specie di saluto
voglio essenzialmente parlare di
noi, della nostra Società e del nostro lavoro di psicoterapeuti e
didatti nella nuova prospettiva cognitivo-comportamentale che ho
portato in Italia nel 1974 e che
ho contribuito a promuovere
sino a che non ha assunto una posizione preminente anche in
questo paese, e che ora è affidata a voi e alle nuove generazioni che
seguiranno. Senza alcuna pretesa d’esser molto originale,
accennerò tuttavia ad alcune modeste riflessioni dettate dalla mia
esperienza di Didatta interessato all’avvenire dei miei allievi, a
quello della Società cui appartengo, ed a quello del mio Istituto RET
(REBT) italiano. Le dividerò in tre parti. Una dedicata alla
formazione. Una al bacino d’utenza della psicoterapia. Ed una alle
prospettive d'espansione ed affermazione della pratica e della
didattica nei paesi più vicini.
La
formazione “E’ assurdo che la scuola italiana persegua di fatto un processo educativo che tende a estraniare la maggior parte degli studenti dal lavoro pratico, un'attività preziosa non solo in sé ma per quello che dà di stimoli effettivi allo sviluppo di capacità intellettuali.” Rapporto del Censis 1974
A questo proposito, come
ho già detto e scritto in altre occasioni, mi sembra che
nell’attenzione, nella pubblicistica e nel dibattito dei dirigenti e
dei soci SITCC sia dato poco spazio alle questioni
dell’addestramento pratico e della supervisione didattica e clinica.
Lo stesso accade nell'ambito delle varie associazioni aderenti a cui
ora è affidata la didattica, compresa quella che ho contribuito a far
riconoscere dallo Stato italiano grazie anche alla mia amicizia con
l'allora Ministro dell'Università.
La mia insistenza dipende
probabilmente dal fatto che appartengo ad una scuola dotata di una
vasta gamma di strategie, procedure, modalità e tecniche d'intervento
cognitive, emotivo-affettive e
comportamentali che cerco di usare con i miei pazienti e cerco
d'insegnare ai miei trainee. In quanto alla supervisione, essa ha un
formale protocollo strutturato per quella didattica e per quella
clinica. Non a caso i nostri didatti si chiamano Supervisori. Esiste
inoltre l'obbligo di supervisione reciproca fra pari ai livelli
superiori dei nostri titoli - ma specialmente per i supervisori. Mi permetto quindi di suggerire sommessamente che forse sarebbe opportuno trovare il modo di dedicare più attenzione alla preparazione pratica dei nostri trainee ed alla supervisione didattica e clinica dei trainee e dei nostri terapeuti - specialmente quella fra pari dei Soci Didatti. Neanche un limitato tentativo in quest’ultima direzione, condotto d’accordo con il Presidente Giovanni Liotti, ha però trovato la minima rispondenza. Gli
utenti
Un'altra osservazione
più generale riguarda la composizione culturale ed etnica
del bacino d’utenza della psicoterapia. La mia scuola di New
York ha a che fare da sempre con pazienti di quasi ogni origine,
razza, colore, civiltà, tradizioni, costumi, eccetera. Ed abbiamo
Istituti e terapeuti in moltissimi paesi del mondo. Recentemente la Newsletter dell'Istituto ha pubblicato un
lungo articolo sulle simili radici ideologiche, psicologiche e
terapeutiche delle due filosofie di vita e d'intervento del Buddismo e
della RET (REBT). Un'interessante testimonianza del respiro
transculturale e in certa misura metastorico di questa psicoterapia
ben oltre i confini del mondo occidentale. Ma da non pochi anni anche in Europa si stanno
affermando massicci
fenomeni d’immigrazione stabile che incidono sul tessuto della
popolazione indigena e quindi dei possibili pazienti. In Italia il
fenomeno è appena all’inizio, ma non mancherà di assumere
dimensioni crescenti. Pur nella mia modesta ma lunga attività clinica
e didattica, ho avuto ed
ho pazienti e trainee provenienti da diversi paesi anche molto
lontani. Me la cavo
abbastanza bene perché l’impostazione generale della mia scuola è
appunto transculturale. Mi domando tuttavia se non sarebbe il
caso di approfondire un discorso soprattutto clinico ed umano su
quest’aspetto della psicoterapia. Presto i nostri terapeuti avranno pazienti stranieri.
A parte la questione della lingua diversa che ho già trattato altrove
e che potrebbe creare incomprensioni ed ostacoli insuperabili, si
tratta di un problema culturale (non dico etnico, razziale o
antropologico) fra impostazioni e atteggiamenti diversi che andrebbero
almeno conosciuti e presi in considerazione nel colloquio, nella
relazione e
nell'intervento.
Scusandomi con quanti altri colleghi e studiosi
meriterebbero una citazione in proposito, vorrei almeno
ricordare che due nostri Soci Didatti, Sandra Sassaroli e
Roberto Lorenzini, hanno recentemente collaborato all'edizione
italiana di un'inchiesta e una ricerca americana
intitolata "Anoressia e bulimia nell'area
mediterranea" (Milano: Deleya Editore, 2004). Prospettive Fino a qui si tratta di osservazioni semplicemente
reattive di fronte a qualcosa che sta succedendo. Ma in prospettiva più
ampia e lungimirante, mi sembra che la storia e la posizione
dell’Italia al centro del Mediterraneo, a due passi dai Balcani, dal
Medio Oriente e dal Nord Africa, offra una straordinaria opportunità
di contatto e di scambio con tanti paesi accessibili e in via di
sviluppo. Ho già segnalato a New York le richieste che mi sono
pervenute dall’Iran, dall’Arabia Saudita, dagli Emirati Arabi
Uniti, e persino da Hong
Kong. Attualmente l’interesse maggiore dell’Istituto è rivolto
all’Europa dell’Est, ed io collaboro con il nostro Istituto in
Romania, dove mi è stata anche conferito un dottorato (ScD = Doctor
of Science) presso l'Università Babes-Bolyai di Cluj-Napoca,
Transilvania, in riconoscimento dei miei contributi alla costituzione
dell’International Institute for the Advanced Study of Psychotherapy
and Applied Mental Health.
D’altra parte, continuo a
mantenere contatti con colleghi interessati alla RET (REBT) nei paesi
mediterranei, e continuo ad avere in terapia pazienti provenienti da questi
paesi. Anzi, l’Istituto
italiano ha organizzato nello scorso Aprile 2005 un workshop a
Nazareth per un gruppo di psicologi arabo-israeliani, non pochi dei
quali si sono laureati in Italia. Sono attualmente in progresso
trattative per la conduzione di un training di primo livello (Primary
Certificate) a Nazareth o
a Gerusalemme nella prossima primavera.
Accessoriamente, una psicologa messicana, Leticia Marin, mia allieva e
specialista d'interventi su
i volontari che accorrono in soccorso alle vittime in occasione di
disastri naturali o provocati, e
stata messa in contatto con uno dei quattro centri RET israeliani (Rehovot,
Beer-Sheva, Jerusalem, Nes-Ziona)
in vista di una collaborazione con questi psicologi palestinesi
verso un progetto di ricerca su gli eventuali problemi psicologici di
detti volontari. Sembra gratificante e incoraggiante che in un paese, così tormentato da opposte posizioni estremiste, entrambe le parti dimostrino interesse per il ragionevole messaggio di dialogo, scambio, simpatia e compenetrazione culturale che possiamo offrire. Non varrebbe la pena pensare alle opportunità d’apertura verso altri stati della zona ed oltre? Conclusioni Nei limiti di quel poco che so e credo di capire,
potrei elaborare ulteriormente il discorso; ma la chiacchierata si
farebbe troppo lunga e toccherebbe questioni di geopolitica e di
problematico confronto ideologico ed umano
che richiederebbero ben altra sede.
Mi limito quindi ad aggiungere soltanto il dato interessante
rappresentato dal fatto che la Cina e
l’India, due formidabili colossi dell’emergente riassetto degli
equilibri e dei rapporti di forza fra le potenze mondiali, stiano
indirizzando notevoli impegni di penetrazione economica, commerciale,
industriale e tecnologica – quindi anche politica e culturale -
proprio nel bacino del Mediterraneo che evidentemente ritengono
destinato ad un promettente futuro. Come dicevo all’inizio, queste mie riflessioni non
hanno niente di molto originale. In particolare, l'argomento
dell'intervento d'igiene mentale con pazienti di lingua e cultura
diverse è in giro da parecchio tempo, anche prima di Frantz Fanon,
ed ora se ne stanno occupando
molti studiosi di varia estrazione. Io lo vedo, però, in
prospettiva soprattutto clinica ed umanistica. Non sociologica,
antropologica, ideologica, confessionale o quant'altro, come invece lo
trovo trattato in abbondanza su testi, articoli,
siti Web e pagine Internet. Ed il mio atteggiamento si sforza
di essere universalmente aperto, interattivo, ricettivo ed espansivo,
piuttosto che difensivo o, peggio, "colonialistico".
Ma forse questo dipende da qualche mio difetto o inclinazione atavica.
In ogni caso, perdonate la presunzione di avervene accennato. Se qualcuno avesse voglia di riprendere il discorso, magari anche in chiave critica, sarò lieto di partecipare al dibattito. Vi rinnovo intanto
i ringraziamenti per il vostro trentennale apprezzamento e per
la fiducia con cui mi avete eletto per due volte consecutive alla
nostra Commissione Scientifica e
Didattica. E vi sarò grato per la disponibilità che mi auguro
avrete di leggere questo mio cordiale ed affettuoso saluto.
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