ALBERT ELLIS INSTITUTE (Italy)
INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE BEHAVIOUR THERAPY (Italy)
INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE THERAPY (Italy)

E-mail: info@retitaly.it  Web: http://www.retitaly.it

Albert Ellis Institute - New York
 

Preview Page      Next Page

Dipendenza Affettiva

Introduzione

            Si tratta di un caso particolare del problema più generale relativo al "bisogno" di essere amati, stimati, benvoluti eccetera - altrimenti è "catastrofico" (gravissimo, disastroso, eccetera).

            Nella dipendenza emotivo-affettiva si ritrovano infatti i tre elementi fondamentali del problema più generale (autosvalutazione, bisogno, catastrofizzazione), ma essi vengono articolati in modo diverso - tanto da far assumere alla dipendenza una dignità di problema clinico a se stante.

            Nell'economia del problema più generale, infatti, il massimo peso viene assunto dalla diade bisogno-catastrofizzazione, mentre l'autosvalutazione rimane come implicita e quasi in sottofondo.

            Il che naturalmente non significa che l'autosvalutazione sia meno importante,  ma soltanto che essa va accuratamente ricercata,  messa in evidenza ed affrontata nel corso dell'intervento - talvolta con precedenza assoluta.

            Per contro, nel problema di dipendenza l'autosvalutazione, pur restando implicita nella maggioranza dei casi, esercita una potentissima influenza su tutta l'economia del problema e si manifesta già in modo abbastanza palese nella particolare formulazione della catastrofizzazione ("non posso godermi la vita o nemmeno vivere senza di lui/lei") e nelle sistematiche ossessive ricerche di conferme e rassicurazioni - quasi come se il/la paziente non riuscisse a tenersi in piedi da solo/a e cercasse disperatamente un punto d'appoggio o d'equilibrio.

            Un'ulteriore differenza è rappresentata inoltre dalla costellazione di problemi secondari che spesso complicano il problema di dipendenza. Uno di essi è quello di preoccupazione ("siccome può succedere di perdere il/la partner, ci devo pensare in continuazione, pensare che ci sono altissime probabilità che accada, che accadrà nel modo peggiore, che non ci potrò fare niente, e che tutto finirà nel più tremendo orrore"), con l'appendice del problema di ricerca della sicurezza che dicevo sopra ("è possibile esser sicuri che questo non accada, quindi io devo essere sicuro/a del partner, altrimenti la/lo perderò sicuramente").

            Un altro possibile e non raro problema accessorio può essere quello dell'evitamento ("siccome la sola idea di perdere il/la partner mi fa venire l'angoscia, allora mi conviene rinunciare ad averlo/a"), con l'accessorio problema di depressione autocommiserativa per la vita solitaria che si conduce e/o autosvalutativa per  aver preso la decisione di rinunciare ad avere un/a partner. Una variante ansiogena può invece ricondurre alla ricerca di sicurezza (siccome sarebbe orribile perdere il partner di cui ho bisogno e a cui devo affidare tutto il mio benessere se non la mia stessa vita, allora devo trovarne uno che dia perfette garanzie d'affidabilità), in cui l'ovvia impossibilità di trovare un/a partner "sicura" porta ugualmente alla solitudine con le conseguenze depressive dette  sopra.

 

La trappola

            Se invece al/la paziente càpita di instaurare una relazione di coppia, le convinzioni e gli atteggiamenti problematici descritti prima (che magari erano rimasti più o meno dormienti sino a quel momento) possono attivarsi e far scattare la micidiale trappola della dipendenza - o in modo repentino oppure relativamente diluito nel tempo.

            In questa situazione avviene di solito che il/la partner dipendente assume il ruolo di membro implicitamente più debole della coppia di fronte a quello più forte, e la relazione va avanti con fasi alterne di apparente armonia e reciproca soddisfazione ed altre fasi sempre più frequenti di disagio reciproco sempre più intenso e non di rado ai limiti della rottura.

            Il disagio nasce di solito dall'estrema diffidenza e sfiducia del/la partner dipendente verso l'altro membro della coppia, dalle conseguenti ossessive ricerche di conferme e rassicurazioni (interrogatori, perquisizioni clandestine, spionaggio, pedinamenti, imboscate, eccetera). E tale disagio può alle lunghe superare ogni margine di comprensione, tolleranza e sopportazione dell'altro membro della coppia con il risultato di periodiche rotture, riavvicinamenti, promesse e giuramenti che non servono quasi mai alla stabilizzazione di una relazione già gravemente patogena in partenza a causa dell'atteggiamento di uno dei partner.

            Ma un disagio più o meno acuto viene sofferto anche dal dipendente, e non solo per queste tempeste affettivo-emotive legate alle saltuarie rotture. Può infatti avvenire che il partner più forte approfitti volontariamente o involontariamente della posizione di vantaggio in cui si trova per sfruttare la situazione in qualche modo, anche nel peggiore. Il dipendente si trova quindi a dover accettare ogni comportamento dell'altro (trascuratezze, umiliazioni, tradimenti, sfruttamento materiale, ingiurie, percosse, e peggio).

            A parte ciò, il dipendente (che pur nella sua nevrosi non ha tuttavia completamente smarrito un minimo di buon senso) può finire con il rendersi conto che sarebbe molto meglio interrompere quella relazione ed uscirne una volta per sempre. L'impossibilità di farlo a causa dell'idea terrorizzante di perdere il/la partner di cui ha "bisogno" e dell'angoscia catastrofica  in cui cadrebbe senza di lui/lei, conduce a ripetuti tentativi d'allontanamento regolarmente abortiti sul nascere o a brevissimo termine. Con conseguente depressione autocommiserativa, talvolta anche autosvalutativa, e non di rado impotente ostilità verso il/la partner.

            Nel caso infine che sia il partner più forte a decidere di troncare definitivamente la relazione, il/la dipendente può procurarsi un ulteriore abissale aggravamento dell'autosvalutazione ("se vengo lasciato/a significa che non valgo nulla" oppure "se non sono stato/a capace di non farmi abbandonare significa che non valgo nulla").

 

 "Il grande amore"

            C'è da aggiungere che molto spesso il/la dipendente giustifica a se stesso/a la sua incapacità  di uscire da un rapporto palesemente deleterio, spiegandola con il fatto di essere "innamorato/a" del/la partner.

            Quando pure non aggiunge che non sopporterebbe il dolore ipotetico che l'altro/a soffrirebbe per la rottura della relazione. Il che sembra un calcolo edonico tutto spostato nell'attribuire primaria e prevalente importanza alla sofferenza altrui rispetto alla propria - altro chiarissimo indizio dell'autosvalutazione che informa di sé tutti gli elementi del problema di dipendenza.

            In altre parole, il/la dipendente è disposto/a  a subire tutti gli aspetti negativi di questa relazione pur di non causare un'ipotetica sofferenza a l'altro/a. E, di nuovo, anche questo atteggiamento viene giustificato con il "grande amore" verso il/la partner.

            Si tratta in realtà di una giustificazione priva di ogni sostanza. Il rapporto che si stabilisce fra il/la dipendente e l'altro membro della coppia non ha niente a che fare con l'amore. Ha piuttosto le caratteristiche di un rapporto di soggezione, sottomissione e servilismo, il cui scopo non è quello proprio dell'amore inteso nella sua essenza più nobile, oblativa  e persino genetica - cioè l'attenzione e la cura per il bene dell'altro - ma piuttosto l'egoistica ansiosa preoccupazione di soddisfare il "bisogno" di avere qualcuno/a a cui appoggiarsi e da cui dipendere.

            In questa prospettiva, tutti i comportamenti di acquiescenza, ubbidienza, tolleranza e sopportazione del/la dipendente non sono "atti d'amore", nemmeno quando comportano donazioni,  rinunce,  sacrifici, privazioni, rese incondizionate, pene e danni, ma rappresentano volgari baratti del tipo do ut des, intesi a garantire la soddisfazione di quel "bisogno".

 

 Nota a margine

            Sarebbe interessante accennare alle estreme conseguenze che comporta una visione altrettanto deformata dell'amore quando il partner (di solito maschile) manifesta il proprio "amore" con una gelosia possessiva, intransigente e barbarica (cinture di castità),  e con atti di violenza fisica, talvolta omicidiaria. Ma ne parleremo in altra occasione.

            Come pure sarebbe interessante accennare alla somiglianza di questo tipo di dipendenza emotivo affettiva con quella da psicofarmaci, stupefacenti ed altre sostanze psicotrope. Ma anche questo richiederebbe una trattazione a parte.

            Qui vorrei precisare soltanto che queste  brevi note rappresentano uno schema elementare e riassuntivo di quanto si può incontrare nelle fattispecie specifiche dei singoli casi clinici. Tanto per dare un'idea delle possibili difficoltà diagnotico-strategico-operative nei problemi di dipendenza, basti pensare alla non rara evenienza in cui entrambi i partner abbiano sviluppato una dipendenza reciproca.

            Ma nella  pratica psicoterapeutica abbiamo spesso a che fare con costellazioni problematiche ancora più complesse, dove gli elementi riverberano l'uno sull'altro o su tutti gli altri, ovvero sono inquinati dalla presenza di problemi paralleli riguardanti altre convinzioni diverse su  altri argomenti diversi che nondimeno interferiscono con il lavoro in corso.

          

 


RET Italy - © 1997 - 2009 - Tutti i diritti riservati - Dr. Cesare De Silvestri