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ALBERT ELLIS INSTITUTE (Italy)
INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE BEHAVIOUR THERAPY (Italy) INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE THERAPY (Italy)
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Dipendenza
Affettiva Introduzione
Si tratta di un caso particolare del
problema più generale relativo al "bisogno" di essere amati,
stimati, benvoluti eccetera - altrimenti è "catastrofico"
(gravissimo, disastroso, eccetera).
Nella dipendenza emotivo-affettiva si
ritrovano infatti i tre elementi fondamentali del problema più generale
(autosvalutazione, bisogno, catastrofizzazione), ma essi vengono
articolati in modo diverso - tanto da far assumere alla dipendenza una
dignità di problema clinico a se stante.
Nell'economia del problema più
generale, infatti, il massimo peso viene assunto dalla diade
bisogno-catastrofizzazione, mentre l'autosvalutazione rimane come
implicita e quasi in sottofondo.
Il che naturalmente non significa che
l'autosvalutazione sia meno importante,
ma soltanto che essa va accuratamente ricercata,
messa in evidenza ed affrontata nel corso dell'intervento -
talvolta con precedenza assoluta.
Per contro, nel problema di dipendenza
l'autosvalutazione, pur restando implicita nella maggioranza dei casi,
esercita una potentissima influenza su tutta l'economia del problema e si
manifesta già in modo abbastanza palese nella particolare formulazione
della catastrofizzazione ("non posso godermi la vita o nemmeno vivere
senza di lui/lei") e nelle sistematiche ossessive ricerche di
conferme e rassicurazioni - quasi come se il/la paziente non riuscisse a
tenersi in piedi da solo/a e cercasse disperatamente un punto d'appoggio o
d'equilibrio.
Un'ulteriore differenza è
rappresentata inoltre dalla costellazione di problemi secondari che spesso
complicano il problema di dipendenza. Uno di essi è quello di
preoccupazione ("siccome può succedere di perdere il/la partner, ci
devo pensare in continuazione, pensare che ci sono altissime probabilità
che accada, che accadrà nel modo peggiore, che non ci potrò fare niente,
e che tutto finirà nel più tremendo orrore"), con l'appendice del
problema di ricerca della sicurezza che dicevo sopra ("è possibile
esser sicuri che questo non accada, quindi io devo essere sicuro/a del
partner, altrimenti la/lo perderò sicuramente").
Un altro possibile e non raro problema
accessorio può essere quello dell'evitamento ("siccome la sola idea
di perdere il/la partner mi fa venire l'angoscia, allora mi conviene
rinunciare ad averlo/a"), con l'accessorio problema di depressione
autocommiserativa per la vita solitaria che si conduce e/o autosvalutativa
per aver preso la decisione di
rinunciare ad avere un/a partner. Una variante ansiogena può invece
ricondurre alla ricerca di sicurezza (siccome sarebbe orribile perdere il
partner di cui ho bisogno e a cui devo affidare tutto il mio benessere se
non la mia stessa vita, allora devo trovarne uno che dia perfette garanzie
d'affidabilità), in cui l'ovvia impossibilità di trovare un/a partner
"sicura" porta ugualmente alla solitudine con le conseguenze
depressive dette sopra. La
trappola
Se invece al/la paziente càpita di
instaurare una relazione di coppia, le convinzioni e gli atteggiamenti
problematici descritti prima (che magari erano rimasti più o meno
dormienti sino a quel momento) possono attivarsi e far scattare la
micidiale trappola della dipendenza - o in modo repentino oppure
relativamente diluito nel tempo.
In questa situazione avviene di solito
che il/la partner dipendente assume il ruolo di membro implicitamente più
debole della coppia di fronte a quello più forte, e la relazione va
avanti con fasi alterne di apparente armonia e reciproca soddisfazione ed
altre fasi sempre più frequenti di disagio reciproco sempre più intenso
e non di rado ai limiti della rottura.
Il disagio nasce di solito
dall'estrema diffidenza e sfiducia del/la partner dipendente verso l'altro
membro della coppia, dalle conseguenti ossessive ricerche di conferme e
rassicurazioni (interrogatori, perquisizioni clandestine, spionaggio,
pedinamenti, imboscate, eccetera). E tale disagio può alle lunghe
superare ogni margine di comprensione, tolleranza e sopportazione
dell'altro membro della coppia con il risultato di periodiche rotture,
riavvicinamenti, promesse e giuramenti che non servono quasi mai alla
stabilizzazione di una relazione già gravemente patogena in partenza a
causa dell'atteggiamento di uno dei partner.
Ma un disagio più o meno acuto viene
sofferto anche dal dipendente, e non solo per queste tempeste
affettivo-emotive legate alle saltuarie rotture. Può infatti avvenire che
il partner più forte approfitti volontariamente o involontariamente della
posizione di vantaggio in cui si trova per sfruttare la situazione in
qualche modo, anche nel peggiore. Il dipendente si trova quindi a dover
accettare ogni comportamento dell'altro (trascuratezze, umiliazioni,
tradimenti, sfruttamento materiale, ingiurie, percosse, e peggio).
A parte ciò, il dipendente (che pur
nella sua nevrosi non ha tuttavia completamente smarrito un minimo di buon
senso) può finire con il rendersi conto che sarebbe molto meglio
interrompere quella relazione ed uscirne una volta per sempre.
L'impossibilità di farlo a causa dell'idea terrorizzante di perdere il/la
partner di cui ha "bisogno" e dell'angoscia catastrofica
in cui cadrebbe senza di lui/lei, conduce a ripetuti tentativi
d'allontanamento regolarmente abortiti sul nascere o a brevissimo termine.
Con conseguente depressione autocommiserativa, talvolta anche
autosvalutativa, e non di rado impotente ostilità verso il/la partner.
Nel caso infine che sia il partner più
forte a decidere di troncare definitivamente la relazione, il/la
dipendente può procurarsi un ulteriore abissale aggravamento
dell'autosvalutazione ("se vengo lasciato/a significa che non valgo
nulla" oppure "se non sono stato/a capace di non farmi
abbandonare significa che non valgo nulla").
C'è da aggiungere che molto spesso
il/la dipendente giustifica a se stesso/a la sua incapacità
di uscire da un rapporto palesemente deleterio, spiegandola con il
fatto di essere "innamorato/a" del/la partner.
Quando pure non aggiunge che non
sopporterebbe il dolore ipotetico che l'altro/a soffrirebbe per la rottura
della relazione. Il che sembra un calcolo edonico tutto spostato
nell'attribuire primaria e prevalente importanza alla sofferenza altrui
rispetto alla propria - altro chiarissimo indizio dell'autosvalutazione
che informa di sé tutti gli elementi del problema di dipendenza.
In altre parole, il/la dipendente è
disposto/a a subire tutti gli
aspetti negativi di questa relazione pur di non causare un'ipotetica
sofferenza a l'altro/a. E, di nuovo, anche questo atteggiamento viene
giustificato con il "grande amore" verso il/la partner.
Si tratta in realtà di una
giustificazione priva di ogni sostanza. Il rapporto che si stabilisce fra
il/la dipendente e l'altro membro della coppia non ha niente a che fare
con l'amore. Ha piuttosto le caratteristiche di un rapporto di soggezione,
sottomissione e servilismo, il cui scopo non è quello proprio dell'amore
inteso nella sua essenza più nobile, oblativa
e persino genetica - cioè l'attenzione e la cura per il bene
dell'altro - ma piuttosto l'egoistica ansiosa preoccupazione di soddisfare
il "bisogno" di avere qualcuno/a a cui appoggiarsi e da cui
dipendere.
In questa prospettiva, tutti i
comportamenti di acquiescenza, ubbidienza, tolleranza e sopportazione
del/la dipendente non sono "atti d'amore", nemmeno quando
comportano donazioni, rinunce,
sacrifici, privazioni, rese incondizionate, pene e danni, ma
rappresentano volgari baratti del tipo do ut des, intesi a garantire la
soddisfazione di quel "bisogno".
Sarebbe interessante accennare alle
estreme conseguenze che comporta una visione altrettanto deformata
dell'amore quando il partner (di solito maschile) manifesta il proprio
"amore" con una gelosia possessiva, intransigente e barbarica
(cinture di castità), e con
atti di violenza fisica, talvolta omicidiaria. Ma ne parleremo in altra
occasione.
Come pure sarebbe interessante
accennare alla somiglianza di questo tipo di dipendenza emotivo affettiva
con quella da psicofarmaci, stupefacenti ed altre sostanze psicotrope. Ma
anche questo richiederebbe una trattazione a parte.
Qui vorrei precisare soltanto che
queste brevi note
rappresentano uno schema elementare e riassuntivo di quanto si può
incontrare nelle fattispecie specifiche dei singoli casi clinici. Tanto
per dare un'idea delle possibili difficoltà
diagnotico-strategico-operative nei problemi di dipendenza, basti pensare
alla non rara evenienza in cui entrambi i partner abbiano sviluppato una
dipendenza reciproca.
Ma nella
pratica psicoterapeutica abbiamo spesso a che fare con
costellazioni problematiche ancora più complesse, dove gli elementi
riverberano l'uno sull'altro o su tutti gli altri, ovvero sono inquinati
dalla presenza di problemi paralleli riguardanti altre convinzioni diverse
su altri argomenti diversi che
nondimeno interferiscono con il lavoro in corso. |
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