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ALBERT ELLIS INSTITUTE (Italy)
INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE BEHAVIOUR THERAPY (Italy) INSTITUTE FOR RATIONAL-EMOTIVE THERAPY (Italy)
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Psicopatologia dello spionaggio Non
sto parlando degli agenti più o meno segreti che lavorano nei servizi
d’intelligence di vari paesi, come, tra i più famosi (o famigerati),
l’MI6 (ora SIS), l’MI5 e il DIS, E non sto nemmeno parlando dello spionaggio praticato
dalle multinazionali, dalle holding finanziarie, dalle grandi, medie e
piccole industrie, dai governi e dai partiti politici, dai
centri di potere d’ogni genere – sociali, sindacali,
ideologici, religiosi, accademici, fino alle cosche mafiose piccole e
grandi, nazionali ed
internazionali - che si distingue da quello dei servizi d’intelligence
istituzionali per la sua natura più
aggressiva, di solito illegale e non di rado assolutamente
criminale. Naturalmente anche in questi ambienti possono darsi
casi di problemi psicologici meritevoli d’attenzione clinica. Tanto è
vero che i servizi d’intelligence accennati sopra posseggono sezioni ed
uffici in grado di offrire aiuto psicologico agli agenti che per qualche
motivo (stress, fatica cronica, burn-out, incidenti, fallimenti operativi,
traumi, eccetera) accusassero qualche disagio emotivo. Ho già scritto altrove quali possono essere i
problemi psicologici dei poliziotti, investigatori, ed altri membri delle
forze dell’ordine, ed avrei intenzione di tornare sull’argomento anche
a proposito degli operatori dell’intelligence. Se il tempo, le energie e
le mie modeste capacità me lo
consentiranno, ne parlerò la prossima volta. Oggi
invece vorrei soffermarmi sul fenomeno più spregevole e volgare
dello spionaggio spicciolo condotto da dilettanti che non meriterebbero
nemmeno il nome di spie, ma piuttosto di confidenti, informatori,
delatori, sicofanti, calunniatori, traditori, scherani e sicari.
Il
fenomeno Si comincia da piccoli. Nelle scuole elementari esiste
già la figura e la funzione del capo-classe incaricato di segnare sulla
lavagna i nomi dei “buoni” e dei “cattivi” durante le saltuarie
assenze dell’insegnante. Questa posizione semi-ufficiale e semi-pubblica
non è priva di piccoli vantaggi, sia nei confronti dei compagni (che
possono facilmente venir ricattati), sia nei confronti dell’insegnante
(che può sviluppare una particolare benevolenza verso l’alunno che lo
aiuta a mantenere la disciplina). Al punto che qualche altro alunno,
allettato da tale prospettiva di privilegio, può spontaneamente fungere
da clandestino informatore supplementare contro i compagni più discoli o
più a lui antipatici. Vengono così a delinearsi alcuni degli elementi
essenziali di ciò che in alcuni individui assumerà lineamenti più
complessi e organizzati con il crescere dell’età e dello sviluppo
cognitivo, del passaggio ai gradi
scolastici superiori (dal ginnasio al liceo o al college, e sino
all’università ed oltre) e dell’appartenenza ad altri gruppi (partiti
politici, squadre sportive, parrocchie e sette religiose, associazioni,
club, eccetera) a cui si
aderisce nel corso della vita. Ma anche questo meriterebbe una trattazione più
estensiva, mentre invece nel capitolo dedicato alla psicopatologia del
mandatario se ne prenderà in esame soltanto un caso particolare. Il
mandante
Qui abbiamo a che fare con alcuni
individui che si trovano in posizione di una qualche anche minima autorità
e potere nei confronti di un gruppetto di persone. Soltanto alcuni,
beninteso, quelli psicologicamente più deboli e fragili. Si tratta
infatti di quei piccoli “capetti” (maestri di scuola,
insegnanti, educatori, istruttori, pedagoghi e precettori,
professori, docenti e baroni universitari, eccetera) che ricorrono in
maggiore o minor misura all’uso delle spie a scopi grosso
modo difensivi. Il
tratto dominante del loro atteggiamento è naturalmente la paura,
dettata dalla convinzione di vivere in costante pericolo (ansia del
disagio) e di facile vulnerabilità personale (ansia dell’io). Tale
giudizio di debolezza (presunzione autosvalutativa) in un ambiente
considerato malfido ed ostile (presunzione autocommiserativa) contribuisce
a comporre la costellazione problematica che li affligge e che spiega i
tentativi di controllare la situazione rappresentati appunto dall’uso di
delatori e spie.
Nel make-up psicologico di questi
individui è caratteristica costante la quasi assoluta mancanza di senso
dell’umorismo. Non si tratta precisamente di un problema clinico, ma
quando il sorriso, la battuta,
lo scherzo, la critica divertita, e persino l’atteggiamento rilassato e
tollerante o il semplice buonumore vengono interpretati come una minaccia
o una ferita alla propria immagine
(ansia dell’io), alla sua posizione o alla sua attività (ansia
del disagio), allora siamo sul terreno della palese psicopatologia di tipo
ansioso-depressivo accennata sopra. Il
fatto si è che tale mancanza
li rende letteralmente terrorizzati dal ridicolo.E lo temono
più di qualsiasi critica o giudizio professionale, deontologico,
morale od umano. Esso rappresenta infatti il loro tallone d’Achille,
ovvero i loro piedi d’argilla. Al punto che sospettano e paventano il
ridicolo in modo esasperato, credono di individuarlo persino nel tono
della voce, nello sguardo, nella postura, nelle parole e nei comportamenti
più normali e banali. L’inferenza viene valutata in termini
catastrofici e provoca un’acuta sofferenza primaria (1stABC)
ansioso-depressiva. Su questa si costruisce un ostilità secondaria
(2ndABC) che non sempre viene contenuta e li spingerebbe a reagire
rabbiosamente in modo diretto o indiretto. Più spesso accade invece che
l’autosvalutazione di cui soffrono li rende pavidi di fronte ad una
prospettiva di scontro; quindi l’ostilità
non viene agita e rimane occulta, assumendo la forma altrettanto
patologica di un tacito
rancore cronico e di un astio permanente
– un’emorragia emotiva che gli avvelena la vita e
li consuma anche fisicamente sino
al rischio di manifestazioni, sintomi o vere e proprie
malattie di natura psicosomatica.
Interessante sottolineare come tutto ciò abbia una duplice
deleteria influenza nei rapporti con gli altri. La più ovvia conseguenza
è rappresentata dal fatto che gli altri vengono considerati come
pericolosi concorrenti da tenere a bada o da eliminare. Il che conduce
alla impossibilità d’avere rapporti amichevoli con loro – donde la sostanziale
ipocrisia, doppiezza e simulazione presenti in ogni contatto umano, sino
alla menzogna, allo sleale boicottaggio, alla maldicenza e alla calunnia.
Non di rado il gioco, condotto in modo talvolta poco prudente o troppo
scoperto, non riesce sino in
fondo e può mostrare la corda, divenire
palese e portare inevitabilmente
a litigi e rotture più o meno clamorose.
Con il frequente risultato che chi veniva a priori considerato
nemico, mentre invece
non lo era e forse era in certa misura quasi amico,
ora diviene a sua volta maldisposto e avverso se non propriamente
ostile. Virtutem videant intabescantque relicta.(Aulus
Persius Flaccus) Per contro, quando cioè gli altri non vengono
considerati nemici capaci di nuocere, ma innocui ed imbelli, allora
vengono usati come strumenti di sorveglianza nei confronti di quelli
pericolosi. Anzi, nei
confronti di tutti anche di
quelli non giudicati attualmente pericolosi, perché l’interpretazione
dell’ambiente come potenzialmente ostile e persecutorio spinge a non
fidarsi mai di nessuno.
In entrambi i casi gioca un ruolo
fondamentale l’essenziale mancanza di rispetto verso se stessi
(presunzione autosvalutativa) che
non consente ovviamente di nutrire alcun rispetto verso gli altri
(presunzione eterosvalutativa). Al punto che si disprezzano coloro che
vengono temuti, e si disprezzano e si seducono, si comprano e si
corrompono i più deboli e indifesi, ricorrendo se del caso alla
subornazione e al ricatto. E in alcune circostanze, quando cioè il mandante
incontra un individuo affetto dal medesimo disprezzo di se stesso e degli
altri, particolarmente suscettibile alle promesse ed al prezzolamento, e
in posizione tale da poter danneggiare qualcuno considerato dal mandante
come un concorrente troppo pericoloso,
il mandatario viene coinvolto in un pactum sceleris con il ruolo di
traditore e di sicario.
Il mandatario
Sembra abbastanza naturale, direi
quasi intuitivo, che il problema più frequente della spia sia la paura di
venire scoperta o di scoprirsi con qualche parola o mossa imprudente.
L’ansia quindi del giudizio altrui (ansia del disagio) e del fallimento
(ansia dell’io). Se poi la scoperta avviene veramente, oppure se il
sospetto fra le vittime assume dimensioni e manifestazioni più concrete,
è abbastanza automatico che la spia precipiti in una catastrofizzazione
dell’evento (depressione autocommiserativa) e in un globale giudizio
negativo su se stessa (depressione autosvalutativa).
Oltre,
però, allo stato permanente d’ansia che abbiamo appena detto, troviamo
anche nella spia la fondamentale mancanza di rispetto verso se stessa
(presunzione autosvalutativa) . A differenza, però, del
caso del mandante, il disprezzo verso gli altri (presunzione
eterosvalutativa) viene limitato ai pari grado o agli inferiori. Nei
confronti, invece, di chi si trovi in posizione anche minima d’autorità
e di potere la spia sviluppa una specie di timore reverenziale – non
tanto per la persona del
mandante, quanto piuttosto per il suo potere di offrire compensi
finanziari, favoritismi e facilitazioni, o vantaggi d’altra natura, in
cambio d’eventuali servigi resi. Donde un atteggiamento di disponibilità,
compiacenza, sollecitudine, e cortigianeria adulatoria che si
traducono infine nel servilismo con cui il mandatario accetta l’incarico
di fare il delatore e la spia.
Questa organizzazione problematica
sembra abbastanza semplice e limitata a due nuclei essenziali di natura
ansioso-depressiva. A complicare però il quadro possono intervenire altri
problemi che rendono più complessa la
patologica costellazione cognitivo-emotivo-comportamentale della spia.
C’è infatti da considerare che il
disprezzo della spia verso se stessa deriva necessariamente da una qualche
residua idea di lecito ed illecito, di “bene” e di “male” -
insomma, da una scala di
principi e di valori non ancora completamente rinnegata. Principi e valori
che la spia volontariamente tradisce e si rende conto di tradire. Ne
consegue l’insorgenza di un problema di autocondanna (colpa) che trova
soltanto insufficienti attenuanti nei vantaggi derivanti da tale
tradimento. A
questo punto il disagio psicologico della spia si avvicina a quella
situazione angosciosa che viene descritta con il termine di “dissonanza
cognitivo-emotivo-comportamentale” in cui una convinzione pone delle
premesse imprescindibili che vengono invece a contrasto con altre
convinzioni utilitaristiche. La polemica interna potrebbe trovare una
parziale composizione soltanto rinunciando all’incarico, ma di solito si
conclude con una decisione che porta ad agire in modo diametralmente
opposto alle premesse della prima convinzione, mentre le reazioni emotive
non trovano una sistemazione equilibrata fra queste clamorose
contraddizioni. Anche
nel caso di una rinuncia all’incarico e di una eventuale confessione
di fronte alle vittime, si tratterebbe di una composizione soltanto
parziale perché il problema
di colpa rimarrebbe presente almeno per quanto riguarda il periodo in cui
l’incarico è stato portato avanti. Ci sarebbe inoltre da aggiungere
tutta la costellazione degli eventuali problemi ansioso-depressivi
relativi al giudizio delle vittime, quelli di un’ostilità secondaria
contro il mandante che ha messo il mandatario in una tale situazione di
disagio, e quelli eminentemente ansiogeni relativi alle eventuali
rappresaglie del mandante. (E’
possibile che occasionalmente anche il
mandante si renda conto di stare adoperando mezzi sleali, scorretti o
delinquenziali, ma se li giustifica facilmente in vista del fine supremo
della propria precaria sopravvivenza e sicurezza. Il mandante inoltre
agisce direttamente e in prima persona soltanto nell’opera di
corruzione del mandatario, mentre per il resto mantiene una certa
asettica distanza dal lavoro quotidiano d’inganno e dissimulazione
affidato alla spia, e da quello di tradimento affidato al sicario.)
Note a margine
1)
Un’altra
frequente caratteristica di quei “capetti”
che dicevo sopra è definibile con l’intraducibile
parola tedesca Schaddenfrude
che significa la gioia per le disgrazie o le sofferenze altrui. Si
tratta. in realtà di un atteggiamento ostile organizzato a vari livelli
del sistema cognitivo, tanto
da poter esser definito come un problema di secondo ordine (2ndABC) su
basi primarie generalmente ansioso-depressive (1stABC). Diffusissimo in
tutta la specie umana (dalle
tribù Andine agli Ottentotti africani), e persino fra i primati superiori
(scimpanzé), rappresenta uno dei pochi motivi di maligno godimento e
sadica soddisfazione nella vita
essenzialmente triste, tetra e infelice, in una parola, depressiva, di
questi individui. E tale
momento di miserabile piacere sarà tanto più intenso quanto più la
disgrazia, il danno, il nocumento altrui sono stati desiderati, auspicati
o addirittura messi in opera direttamente
dal mandante o indirettamente da un suo scherano.
2) In questo breve scritto ho trattato esclusivamente dell’opera di subornazione che tali “capetti” esercitano nei confronti dei sottoposti per ottenerne servigi di spionaggio. Ci sarebbe da parlare di altri comportamenti che essi possono mettere e sovente mettono in atto per sfruttare la propria posizione a dànno altrui. Ad esempio, per ottenere un gratuito lavoro di segreteria. Oppure la compilazione di articoli e saggi affidati agli allievi e poi invece firmati dal capetto medesimo.
Ma c’è di peggio.Talvolta avvengono vicende in cui la mancanza di rispetto verso se stessi e conseguentemente verso gli altri arriva forse alla sua espressione più disgustosa. Si tratta della seduzione o corruzione delle allieve per ottenerne prestazioni sessuali. La faccenda è ancor più ripugnante ed oscena quando si tratta di medici, psichiatri, psicologi e psicoterapeuti che si approfittano di qualche paziente. In entrambi questi casi viene violato non solo e non tanto un principio moralistico o deontologico, ma piuttosto il dato fondamentale di quel poco di civiltà che ci siamo conquistati da quando si viveva come le bestie ed il più forte aveva facoltà di vita, di possesso, sfruttamento e persino di morte sul più debole per il solo motivo di essere il più forte. ”L’ho
fatto semplicemente perché potevo farlo”, come
ha confessato nella sua recentissima autobiografia un Presidente degli
Stati Uniti che, mentre era in carica,
aveva sessualmente approfittato di una giovane impiegata della Casa
Bianca. |
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